sabato 15 luglio 2017

Downsizing, di Alexander Payne, aprirà Venezia 74!

Downsizing, diretto da Alexander Payne (Sideways, Paradiso amaro, Nebraska) e interpretato da Matt Damon, Christoph Waltz, Hong Chau, Kristen WiigNeil Patrick Harris, Jason Sudeikis, Alec Baldwin e Maribeth Monroe è il film di apertura, in Concorso, della 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (30 agosto - 9 settembre 2017), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.

 

Downsizing sarà proiettato in prima mondiale mercoledì 30 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia.

Il film segue le avventure di Paul Safranek (Matt Damon), un uomo ordinario di Omaha che, insieme alla moglie Audrey (Kristen Wiig), sogna una vita migliore. Per rispondere alla crisi mondiale causata dalla sovrappopolazione, gli scienziati hanno sviluppato una soluzione radicale che permette di rimpicciolire gli essere umani a pochi centimetri d'altezza.
Le persone presto scoprono che i loro risparmi valgono di più in un mondo più piccolo e, con la promessa di uno stile di vita lussuoso oltre ogni loro aspettativa, Paul e Audrey decidono di correre il rischio di sottoporsi a questa pratica controversa, imbarcandosi in un'avventura che cambierà le loro vite per sempre.

Paramount Pictures presenta una produzione Ad Hominem Production / Gran Via Productions.
Downsizing è un film di Alexander Payne, interpretato da Matt Damon, Christoph Waltz, Hong Chau, Kristen Wiig, Neil Patrick Harris, Jason Sudeikis, Alec Baldwin e Maribeth Monroe; prodotto da Alexander Payne, p.g.a. Mark Johnson, p.g.a. Jim Taylor, p.g.a.; scritto da Alexander Payne e Jim Taylor; diretto da Alexander Payne; produttori esecutivi: Megan Ellison, Diana Pokorny, Jim Burke; music supervisor: Dondi Bastone; la musica è composta e diretta da Rolfe Kent; costume designer: Wendy Chuck; montaggio: Kevin Tent, ACE Production; scenografia: Stefania Cella; direttore della fotografia: Phedon Papamichael, ASC, GSC

giovedì 13 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie

Di Matteo Marescalco
 
 
L'ennesima saga giunge al termine.
Stavolta, però, si tratta di una trilogia che si è affermata con decisa prepotenza nel contesto del cinema contemporaneo. Merito di Matt Reeves, creatore di Cloverfield e padre adottivo del prossimo progetto sul Batman muscolare di Ben Affleck che, a detta del futuro regista, virerà verso lidi noir. 
 

Il franchise del pianeta delle scimmie è stato rilanciato nel 2011 da Rupert Wyatt e ha potuto contare sui volti noti di James Franco, Freida Pinto e del maestro della motion capture, Andy Serkis, nel ruolo di Cesare, la scimmia che, nell'arco narrativo della trilogia, avrebbe condotto il suo popolo ad imporsi sulla civiltà umana, giunta sull'orlo della sua fine.
In questo terzo episodio, nonostante la morte di Koba (la mela marcia dei primati), la guerra tra umani e scimmie non accenna a placarsi, sebbene la volontà di Cesare sia pacifista. Il conflitto lungo e logorante conduce i primati ad abbandonare la loro casa e a partire per un viaggio alla ricerca di una nuova terra promessa. Un tradimento, tuttavia, ne inficia il risultato. I primati saranno deportati in un campo di concentramento (che richiama alla memoria anche le Fiere della Carne di Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg) comandato dal kurtziano Woody Harrelson, colonnello spiritato e disturbato che attinge all'iconografia di Conrad/Coppola, tanto efferato in campo quanto nell'ellissi narrativa.
 

Cesare, come David di A.I., è un essere sintetico, una creazione in CGI realizzata dalla WETA di Peter Jackson ma animata da Serkis. E risiede proprio in questo la distinzione fondamentale. Nel retroterra umano e in quegli occhi espressivi che, secondo l'accezione di Debrais, costituiscono il primo elemento di identificazione per il pubblico e l'unico carattere assolutamente umano in un corpo robotico.
Ogni singolo episodio della trilogia esplora la via crucis del condottiero dei primati: aspetti oscuri, ansie e dissidi. L'analisi psicologica è perfettamente sostenuta da una regia robusta in grado di alternare momenti spettacolari a lunghe sequenze di tensione psicologica animate dai silenzi e dagli sguardi degli animali.
Nell'ambito di genere, Matt Reeves ha il merito di aver costruito un prodotto autoriale degno delle più ardue imprese produttive: The War-Il pianeta delle scimmie è un viaggio lungo un mondo che non appartiene più agli esseri umani, in cui stupore e romanticismo vengono utilizzati per edificare un racconto dal sapore ancestrale che lascia comunque spazio ad ogni minima scintilla emozionale.

Chi accusa il cinema popolare di attingere sempre alle stesse idee senza riuscire a rielaborarle, restituendo un immaginario stantio e privo di spunti visivi e narrativi validi, dovrebbe dedicare parte del proprio tempo a questa riuscita trilogia, di cui quest'episodio segna il punto più alto. Scoprirebbe, in tal modo, che fare un film per le masse richiede il massimo amore possibile. Da parte di chi lo fa. E, soprattutto, di chi ne fruisce.

venerdì 2 giugno 2017

Wonder Woman - E il cinecomic fu (super) donna

In un mondo (cinematografico) popolato da supereroi, nella fattispecie del mondo DC Extended Universe, è giunta l'ora di vedere, per la prima volta, un film dedicato interamente alla controparte femminile, ovvero, Wonder Woman.


Come gli altri film Warner dedicati ai supereroi (vedi Batman Begins e L'uomo d'acciaio) anche in Wonder Woman si parte dalla genesi: se ne L'uomo d'acciaio essa era implicitamente cristologica, qui è esplicitamente pagana. Più precisamente, in Wonder Woman si è presa in prestito la mitologia greca, adattata per accentrare importanza all'amazzone Diana (Gal Gadot), e fatta confluire nel contesto propriamente terreno, in un mondo in cui gli esseri umani cercano di dare il meglio per farsi fuori a vicenda. Dall'isola protetta delle amazzoni, alla Prima Guerra Mondiale degli umani.

Circa un quarto del film si muove su questa genesi, sulla volontà di Diana di voler far parte del gruppo delle amazzoni, allevata per proteggersi e proteggere il suo popolo ed il suo mondo, incontaminato e virginale, dal dio Ares; fino alla comparsa di un umano (Steve, interpretato da Chris Pine) che, fuggendo dai suoi inseguitori, riesce a rompere quella dimensione di isolamento, costituendo uno degli snodi fondamentali del racconto.

Scoperto questo collegamento tra i due mondi, quasi novello Stargate, Diana viene a conoscenza di un mondo e di una guerra che non conosceva e rivede nel contesto storico umano il conseguimento della preparazione di una vita.


Quando al cinema arriva un tipo di film come questo, cinecomic, budget stellare, dall'importante novità di avere un eroe donna (perché nulla ha di diverso dai suoi colleghi per utilizzare la riduzione "eroina") come assoluta protagonista, tendenzialmente le aspettative sono molto alte e cercare di soddisfarle sotto tutti gli aspetti diventa un'impresa non semplice.
Wonder Woman è un prodotto fresco e gioviale, dinamico e centripeto verso la protagonista. Diana Prince racchiude in sé la purezza d'animo e l'innocenza di un bambino, mentre allo stesso tempo è un'esplosione di energia, di coraggio e di resistenza.


Tuttavia, Wonder Woman, è come se viaggiasse su due binari differenti, come quelli di una miniera, che ogni tanto si incontrano; regia e scrittura impostano il film quasi in due modi differenti.
Mentre la regia di Patty Jenkins (Monster) tende a mostrare la forza fisica, la tenacia ed il coraggio di un essere speciale, quale Diana, per origini e bontà d'animo, la scrittura tende a far deragliare questi aspetti, portando il film a diventare un prodotto banale, con un sovradosaggio di ironia, con dialoghi molto sempliciotti. Sotto quest'ultimo versante, la protagonista finisce per porsi e porre delle promesse e degli scopi che potrebbero fare concorrenza a Miss Universo, del tipo Desidero più di tutto, la pace nel mondo. (Paradossalmente Gal Gadot ha partecipato proprio a Miss Universo qualche anno fa).
Gli effetti speciali, che forse devono tanto alla trilogia Matrix, per la maggior parte aiutano la regia ha sottolineare gli aspetti di forza di Wonder Woman, anche se c'è una certa tendenza a non dare mai il meglio.

Nel complesso Wonder Woman avrebbe potuto aspirare a diventare molto di più, a diventare un film curato, dosato e limato sotto tutti gli aspetti mentre, invece, si appresta a cadere in un pozzo di banalità, che i pochi aspetti positivi risultano quasi insufficienti per salvarsi.

lunedì 22 maggio 2017

Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar

Anno 2003. Con La maledizione della prima luna, aveva inizio una saga, ambientata nel mar dei Caraibi.
Anno 2017. Mai si sarebbe immaginato, specialmente dopo Oltre i confini del mare (2011) che si sarebbe realizzato un quinto capitolo, ancora con Jack Sparrow e Capitan Barbossa.
 

Si può dire proprio poco di La vendetta di Salazar, per non cadere in quegli spoiler tanto fastidiosi: basti dire che in questo capitolo, Capitan Jack Sparrow (Johnny Depp) vede il suo futuro sempre più nero, dal momento che dei marinai fantasma, fuggiti dal Triangolo del Diavolo e guidati dal Capitano Salazar (Javier Bardem), sono decisi ad ucciderlo. L’unica speranza di sopravvivere risiede nel Tridente di Poseidone. Per poterlo trovare, Jack, si dovrà alleare con l’astronoma Carina Smyth (Kaya Scodelario) e con Henry (Brenton Thwaites), giovane marinaio della Royal Navy (entrambi alla ricerca del proprio padre).
Ed in mezzo al nuovo casino in cui si trova Jack, Hector Barbossa (Geoffrey Rush) non potrà certo tirarsi indietro per saldare nuove alleanze e guadagnarci.

Dalla breve trama si evince come i protagonisti risultino essere Karina , Henry, Jack Sparrow e Salazar; apparentemente, per tutto il film, avviene come una contesa tra i primi tre per il ruolo da protagonista assoluto, anche se, in realtà, Sparrow, si trova a fare ben poco e sembra lasciare spazio ai due ragazzi.
 

Le due ore e poco più del film riescono a risollevare quegli animi che erano rimasti scottati dal quarto capitolo, Oltre i confini del mare, e ad abbattere le peggiori aspettative.
Come La maledizione della prima luna, questo film riesce a raccontare una storia ed allo stesso tempo ad essere puro cinema di attrazione: considerando il paragone il con il primo film della saga, La vendetta di Salazar ha in dotazione una tecnologia digitale incantevole; gli effetti speciali che contraddistinguono tutto il film hanno il potere, come una delle maledizioni che ci sono nel mar dei caraibi, di incollare lo spettatore alla poltrona, di fargli vivere quell’esperienza quasi in 4 D, di essere anche lui un protagonista (impotente) della storia.
Il 3D, che ormai la Disney ha imparato ad usare benissimo (vedi Guardiani della Galassia vol.II) aiuta a risucchiare letteralmente lo spettatore nel testo filmico.
Forse, rispetto al primo capitolo, in questo film si punta un più sulla serietà che sulla forte dose di ironia, cadendo in battute e qualche snodo narrativo banale, ma riuscendo a farsi sempre perdonare.

Se Oltre i confini del mare aveva cambiato rotta rispetto ai capitoli precedenti risultando sì un film proficuo d’incassi ma povero nella sostanza, il rischio di vedere colare a picco La vendetta di Salazar (per trama, per scarso intrattenimento, per la vicenda narrata) ha aleggiato come un fantasma. 
 

È da segnalare, invece, ad onor di cronaca, come questo quinto capitolo della saga riesca ad essere una vicenda autoconclusiva e allo stesso tempo pieno di numerosi significati per chi è fan.
Il duo norvegese Joachim Rønning e Espen Sandberg ha avuto la prontezza di avere i piedi di piombo e di non strafare, girando il loro primo blockbuster ad alto budget. Semplicità, chiarezza e ritmo incalzante, senza troppe sbavature e con molti colpi scena, già attesi (come la presenza di Paul McCartney in una piccola parte) e, diversi, inaspettati.

C’è un però; La vendetta di Salazar rimanda, almeno idealmente, allo schema narrativo de La maledizione della prima luna. Vi sono personaggi nuovi che sono o stanno subentrando ai vecchi.
Ma è possibile continuare una saga come Pirati dei Caraibi senza il personaggio ideale, che è il simbolo della saga stessa, cioè Jack Sparrow?
La domanda da porsi è la seguente: Pirati dei caraibi è un franchise così forte come Star Wars, da potersi permettere sia un paragone in termini di struttura narrativa e di riciclo dei personaggi come ne Il risveglio della forza?
È così forte da poter procedere con altri capitoli, con nuovi personaggi come Carina e , e pian piano lasciare in un angolo Jack Sparrow sino ad abbandonarlo del tutto?

domenica 21 maggio 2017

Sicilian Ghost Story - Il potere delle fiabe

Di Matteo Marescalco
 
 
La vicenda ha inizio quando la macchina da presa segue i due giovani protagonisti, Luna e Giuseppe, che intraprendono un sentiero in un bosco. La cronaca criminale viene trasfigurata in fiaba (Giuseppe è figlio di un pentito di mafia, motivo per cui sarà rapito ed imprigionato), popolata da aiutanti e nemici ma, soprattutto, da una ragazzina che sa spingere il proprio sguardo al di là della realtà quotidiana.
 
 

Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza, chiamati ad aprire la Semaine de la Critique della 70esima edizione del Festival di Cannes, dopo Salvo, tornano a soffermarsi su una tematica legata alla percezione ed alle dinamiche dello sguardo dei loro personaggi.
Come in Anna di Niccolò Ammaniti, altra fiaba siciliana, gli adulti diventano contesto e finiscono per essere caratterizzati da una cecità, probabilmente un po' banale, che li schiaccia come figurine, caratteri squadrati che aderiscono ad una precisa idea senza mai scostarsi da essa.
Luna, invece, è una principessa combattiva che «discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, (…) che lasciò dietro di sé delle piccole tracce del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare».

La ricerca privata di cui si rende protagonista è una discesa in un mondo oscuro e un'esplorazione della propria identità.
L'entroterra siculo in cui viene rinchiuso Giuseppe è un territorio in cui convivono due polarità: un contesto di tenebre gestito da loschi reietti umani contaminato da un'ideale di bellezza boschiva.
La provincia rurale e boscosa è fotografata da Luca Bigazzi, che ne esalta gli aspetti più onirici e slegati dalla realtà quotidiana.
La bellezza di Sicilian Ghost Story consiste nel carattere aperto del suo testo: lo spettatore potrà scorgere in esso la fiaba, la narrazione sociale sul contesto mafioso, il coming-of-age della sua protagonista, persino una tenera love story tra Giuseppe e Luna.
 

Perché, nonostante il carattere evocativo ed onirico delle immagini non venga messo al servizio della narrazione, o raggiungendo un'intensità che, a tratti, diviene incontrollabile per i due registi o limitandosi a sfiorare una magia che non riesce mai a coinvolgere veramente lo spettatore, Sicilian Ghost Story propone l'elaborazione di un evento rimosso dalla memoria collettiva che ha il coraggio di sfidare le convenzioni socialmente accettate.
Ed il cinema politico indossa un soprabito favolistico che, in relazione al proprio statuto di testo aperto da leggere seguendo percorsi differenti, non può che renderlo più consapevole e forte.

giovedì 18 maggio 2017

Ritratto di famiglia con tempesta - La malinconia della quotidianità

Di Matteo Marescalco


Lo scorrere del tempo al cinema non è mai stato così dolce e malinconico come in questo film di Hirokazu Kore'eda.

Ryota è un autore dal passato fastoso ma dal presente totalmente fallimentare.
Il denaro guadagnato con il successo del suo primo libro è stato completamente scialacquato nelle scommesse, passione che gli è costata il matrimonio con la donna che ama. Ryota è talmente al verde da reinventarsi come investigatore privato per riuscire a versare l'assegno di mantenimento alla moglie e al piccolo figlio.
La vita non è andata come immaginava e "non tutti diventano quello che volevano essere".
Una lunga notte di tempesta costringe i quattro personaggi (Ryota, la moglie, il figlio e la nonna) a condividere lo stesso appartamento fino al giorno seguente. Quale occasione migliore per dirsi quanto negatosi finora ed attutire gli spigoli del presente?

Ritratto di famiglia con tempesta è un film essenziale.
Attraversa le due ore di vita con la naturalezza di un qualsiasi evento quotidiano che ci coinvolge e ci stupisce.
Kore'eda segue ed esplora minuziosamente i caratteri di ogni personaggio che entra in gioco nel film, sviscerandone le inquietudini e ciò che la vita gli ha sottratto. Ed il flusso del film va avanti, alla ricerca di un tempo perduto, tra malinconia e spirito da commedia.
Si ride per le situazioni paradossali cui va incontro Ryota, alle prese con strane investigazioni e pedinamenti vari; ci si commuove per il modo in cui il personaggio principale ha dilapidato i suoi affetti familiari, dandoli in pasto al vizio del gioco che lo ha totalmente inghiottito. La vena comica e leggera non fa da contraltare al tono drammatico di fondo. Le due corde convivono, si mescolano tra loro, in relazione alle dinamiche di una famiglia giapponese che si interroga su se stessa con grazia ed intensità.

Ritratto di famiglia con tempesta conferma il cinema di Kore'eda come cinema della quotidianità, alle prese con lo scarto tra illusioni e sogni infantili e cambiamenti irreversibili dell'età adulta, quando si fa i conti con il proprio passato sperando di non restare delusi ma consapevoli del fatto che è quasi impossibile realizzare le aspettative della fanciullezza.
E allora, ci si accontenta di giocare al parco con il proprio figlio durante una notte di tempesta alla ricerca di qualcosa che possa ancora fare sognare, dentro un grembo materno in cui cullarci e dormire. E sognare un futuro migliore. Per poi risvegliarci alle prese con l'ordinaria quotidianità, in cui stupore e meraviglia possono, tuttavia, nascondersi dietro qualsiasi angolo.

martedì 16 maggio 2017

Song to Song - Musica che parla di vita

Song to Song. Da una canzone all'altra. Da una vita all'altra. Da un amore all'altro.

Song to Song è l'ultimo film di Terrence Malick che si assesta ad essere quasi un continuum di The Tree of Life riguardo la struttura.
In poco più di due ore, Malick porta sullo schermo un film che parla di amore: questo sentimento viene analizzato, decostruito nelle sue parti primarie e contestualizzato ad una società che pretende di avere tutto (fama, attenzioni, fortuna, ricchezza) senza confini di alcun tipo.
 

Non è un caso che il film sia ambientato ad Austin (Texas), la patria della musica rock; la musica è la colonna sonora della vita di tutti e viene utilizzata da Malick per dare un maggior risalto alla sua narrazione fuori campo, come sempre evocativa.
La musica come metafora della vita: si passa da una canzone all'altra come da un sentimento all'altro, dalla voglia di sentirsi liberi di provare ogni cosa possa essere desiderabile salvo poi rendersi conto che forse vivere una vita all'insegna dell'essere sfrenati non da tutte quelle soddisfazioni immaginate o, quantomeno, può darle nell'immediato ma a lungo raggio diventa inevitabile, prima o poi, trovarsi a riflettere su sé stessi e sulla propria vita.


Passare da una prospettiva e da un pensiero all'altro, che ultimamente pare lo schema narrativo preferito di Malick, aiuta a far comprendere il sentimento di libertà aspirato dai tre protagonisti: tre vite diverse che si intrecciano, si mangiano letteralmente l'una con l'altro ma il momento di scendere a patti con se stessi, perché delle scelte non ponderate hanno portato a determinate conseguenze, diventa davvero dura.
La libertà ha sempre caratterizzato qualsiasi cultura di qualsiasi secolo per mille motivi diversi; l'unica differenza con la contemporaneità è che quest'ultima consente di poter ottenere tutto quello che si desidera all'istante, senza il minimo sforzo, forti di modelli che apparentemente ce l'hanno fatta. Non ci sono più ostacoli o limiti che impongono di riflettere.
Tutto si basa sull'istinto, sul soddisfacimento personale prima di ogni cosa e senza preoccupazione per le altrui persone e per gli altrui sentimenti.

Si potrebbe pensare ad un Malick cazzaro, che si è forse adagiato un po' troppo sugli allori del realizzare, ormai sempre, film con il medesimo schema narrativo ed evocativo e con sceneggiature banali, che ci dicono in maniera sempliciotta quello che già sappiamo e ci fa annoiare. E non è detto che ciò non sia vero.
Tuttavia, nelle due ore e poco più del film, Malick utilizza la musica, la sonorità diegetica e non, per raccontare, per andare più a fondo verso i sentimenti dei protagonisti e per colpire la nostra mente; è così che la storia viene narrata, trascinata e portata avanti da una canzone all'altra.