domenica 20 novembre 2016

La cena di Natale - Polignano strikes back!

di Emanuele Paglialonga


Il 24 novembre arriverà in sala La cena di Natale, sequel di Io che amo solo te dello scorso anno: entrambi diretti da Marco Ponti, entrambi tratti dagli omonimi romanzi di Luca Bianchini
 

 La location è la stessa, Polignano a Mare; il cast è il medesimo, almeno per quel che riguarda le due coppie principali, Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, Michele Placido e Maria Pia Calzone.
Le vicende si svolgono qualche mese dopo gli eventi del primo film: il Natale è alle porte, Chiara (Laura Chiatti) è all’ottavo mese di gravidanza, suo marito Damiano (Riccardo Scamarcio) continua a barcamenarsi fra moglie e amante, e i loro non più giovani genitori (il padre di lui e la madre di lei) progettano una fuga romantica in quel di Parigi.
Sullo sfondo, tradimenti, litigi, colpi di fulmine, capitoni e vibratori. Il prodotto ideale per la prima serata di Rai 1 (non a caso è prodotto da Rai Cinema) , da guardare distrattamente mentre i bambini piangono e il telefono squilla.
A piangere potrebbe, però, essere anche lo spettatore che dovesse trovarsi per caso a vederlo al cinema: non di certo per le emozioni e nemmeno per le risate (davvero poche).
 

 Ci si potrebbe commuovere per il pressapochismo con cui viene resa una miriade di intrecci superficialmente gestita, un susseguirsi di scene che non portano da nessuna parte per arrivare a un finale posticcio con una neve finta e un “colpo di scena” finale prevedibile e tutt’altro che coinvolgente.
Senza voler sparare sulla Croce Rossa, e volendo comunque precisare che in Italia quest’anno si è visto molto di peggio (vedi Tommaso di Kim Rossi Stuart), non si può girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere. Che senso ha aprire una serie infinita di sottotrame, per portarne poi a compimento a stento due e per di più frettolosamente? 

 E poi, la questione dell’accento.
Laura Chiatti è di Castiglione Del Lago (Umbria), Maria Pia Calzone è di Reino (Campania), Antonella Attili è di Roma, Eva Riccobono è di Palermo, Eugenio Franceschini è di Verona, Antonio Gerardi è di Potenza, Dario Aita è di Palermo, Giulia Elettra Gorietti è di Roma. Gli unici pugliesi sono Scamarcio, Michele Placido e Uccio de Santis.
Ciononostante, tutti i personaggi principali e secondari parlano con un fintissimo accento pugliese, sintonizzato perlopiù sulla frequenza di Bari (nella cui Provincia rientra Polignano).



Un altro film con un casting di questo tipo e poi davvero l’ultima speranza per la Puglia saranno le trivelle.

giovedì 17 novembre 2016

Animali notturni - Il dolore di un'apparenza che inganna

 
Il dolore celato sembra ormai una costante nei film di Tom Ford, così come l'eleganza e la mano vellutata nel raccontare temi e fatti e proporli al pubblico.
Nel bene o nel male, a Ford sono bastati due film per apporre il suo marchio distintivo e la sua impronta nel cinema.

Animali Notturni, presentato alla scorsa Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e tratto dal libro Tony & Susan di Austin Wright, è un'analisi dei sentimenti cupi, di quel dolore che non viene espresso ma continua a lavorare sottopelle lacerando l'anima.
Susan (Amy Adams) è una donna raffinata, altezzosa, che ha sbarcato il lunario, sposando in seconde nozze un buon partito.
Tuttavia il mondo in cui vive, che le dà ricchezza e una certa dose di notorietà, non è in armonia con la sua anima: il mondo che ha scelto per avere una carriera che la potesse portare al gradino più alto della scala sociale è costellato dalla corruzione, dalla presunzione, dalla convenienza e dall'amore facile.
E non c'è peggio che sentirsi solo al mondo quando si è in mezzo ad un mare di gente e quando apparentemente si ha tutto.

L'eleganza che Ford quasi ostentava in A Single Man (2009), il suo film di debutto alla regia, in Animali Notturni è più soft, più vellutato, si fa più raffinato, come i tratti gentili di Susan alla quale vengono fatti inforcare gli stessi occhiali che indossava Colin Firth nel primo film. Occhiali da vista per focalizzarsi bene su quello che sarebbe opportuno considerare, analizzare, e battersi e ritrovare le fila di quello che si era perso o abbandonato nel passato.
La sofferenza di Susan verso il passato che sembrava aver dimenticato o voluto dimenticare prende piede sempre più nel momento in cui il suo ex marito (Jake Gyllenhaal), il vero uomo della sua vita che ha abbandonato per seguire la strada della scalata sociale diventando quello che in gioventù si era promessa di non diventare, le invia una copia del suo romanzo, Animali Notturni.
Il romanzo, che Susan legge assiduamente narra la storia di una famiglia in viaggio che viene fermata per strada da ragazzacci dipendenti dell'adrenalina che scaturisce dalla violenza gratuita al prossimo. Dei componenti della famiglia, saranno moglie e figlia a farne le spese: verranno violentate ed uccise, mentre per l'uomo (nel quale Susan rivede il volto del suo ex marito) inizia un calvario tormentato e costellato da sete di giustizia e vendetta.
La stessa vendetta per l'autore del romanzo, che vuole far conoscere la Susan la sofferenza che la sua scelta a provocato in lui, per far conoscere lo stesso sentimento in lei.

Il film si svolte su tre piani narrativi (i flashback sulla relazione tra la protagonista e l'ex marito, il presente e l'immaginazione della lettura) perfettamente incastrati tra loro grazie ad un abile montaggio e con un'estetica composta da perfette simmetrie e dai toni accesi, senza opacità e sfumature, un abile lavoro da stilista.
Tuttavia questo non basta per tenere viva l'attenzione dello spettatore, poiché il rischio è quello di far suo il distacco con il quale vengono trattate le dinamiche fino a qui descritte e rimanere senza emozioni o senza nulla su cui rimuginare.

mercoledì 16 novembre 2016

Animali fantastici e dove trovarli - Che una nuova magica saga abbia inizio!

A 15 anni esatti dall'uscita di Harry Potter e la pietra filosofale (il 16 novembre 2001 uscì in Irlanda e Regno Unito e un paio di settimane dopo anche nel nostro paese) il mondo dei maghi fa ancora parte di noi.
Nessuno forse si sarebbe aspettato di restare legato a tale mondo; eppure, 15 anni dopo (e 5 anni dopo l'ultimo capitolo cinematografico) si è ancora qui a parlarne, discuterne, rifletterne, grazie ad Animali Fantastici e dove trovarli.

Animali fantastici e dove trovarli, in realtà, prende il prestito il titolo dell'omonimo libro, scritto dalla penna britannica con la più fervida immaginazione, ibridata al percorso di crescita e formazione pieno di sentimenti ed avventure: J.K. Rowling.
Il libro, editato nel 2001, contiene la descrizione e la classificazione di molte e diverse creature magiche, esistenti in tutto il mondo, scritto dall'autore immaginario Newt Scamander, un famoso magizoologo, dipendente del Ministero della Magia.

Questa piccola premessa sta a motivare il fatto che questo film è totalmente originale, un nuovo frutto della mente della Rowling, poiché il protagonista è proprio Newt Scamander (Eddie Redmayne): arrivato a New York da Londra (dopo numerosi viaggi per il mondo) ha con se solo la sua valigetta che contiene una parte di mondo magico, gli animali fantastici, da salvaguardare.
Coinvolto in un caso di magia oscura, Scamander verrà aiutato da Porpentina, ex auror (Katherine Waterston), sua sorella Queenie (Alison Sudol) e dal no-mag (ovvero i babbani) Jacob (Dan Fogler) a risolvere la situazione ed a reinserire nella preziosa valigetta quegli animali che per sbaglio erano scappati.
Il rischio dei due avvenimenti (la presenza oscura e gli animali) è quello di rivelare al mondo no-mag la presenza del corrispettivo magico, perché "gli umani quando hanno paura, attaccano" e una guerra tra i due mondi potrebbe a quel punto essere inevitabile e fatale.

La regia di David Yates sembra più limitata e contenuta rispetto agli ultimi quattro Harry Potter da lui diretti, piuttosto schematica e statica nel proporre ambientazioni e personaggi (arricchita, però, dagli ottimi effetti speciali; gli animali rappresentati sono ben delineati e rappresentati).

Non si direbbe, ma la sceneggiatura della Rowling (a differenza della saga di Harry Potter ha voluto essere lei sceneggiatrice per evitare errori riguardo ad avvenimenti e legami) è piuttosto piatta: i legami con il mondo magico che già conosciamo ci sono e sono anche tanti e di diverso spessore, ma i personaggi e i relazioni tra loro sono fini a sé stessi, trasmettono poche emozioni allo spettatore e non fanno suscitare la voglia di conoscerli appieno, come se non volessero uscire dalle loro crisalidi, facendosi meri portatori di frasi da cliché e, alla larga, prevedibili (diversamente dagli animali che infondono, invece, simpatia ed emozioni).

Essere non di parte, non è facile, specie per chi con il mondo magico Rowlinghiano ha percorso la strada che va dall'infanzia all'età adulta, come i loro personaggi.
E Animali fantastici che, nonostante i collegamenti di trama e personaggi con la saga precedente riesce a sganciarvisi senza traumi, può aspirare ad una maturità di fatti, ambientazioni e rapporti, che in questo film vengono solo abbozzati e non approfonditi, tanto da essere un film quasi episodico con pochi fili conduttori ai successivi capitoli.
Un po' lento a carburare perdendosi, forse un po' più del dovuto, a far conoscere i personaggi, si riprende molto bene da metà film in poi (anche, se, con pochi e abbastanza prevedibili colpi di scena), rivelandosi, alla fine, godibile per chi non ha troppe pretese.
 

Ma la domanda da porsi è: riuscirà l'ingegno della Rowling a tirare fuori da suo magico cilindro gli altri quattro capitoli, dal materiale del tutto originale, tenendo ancorati gli spettatori per una media di almeno altri otto anni?

domenica 13 novembre 2016

Genius - Quando la genialità tende a straripare

Genio.
E' una parola che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Un termine in genere prettamente soggettivo e che raramente diventa di condivisione  universale, assumendo la vera essenza del significato stesso.
E proprio quest'ultimo è forse il caso di Thomas Wolfe.
 

Lo scrittore è il protagonista del film Genius, ambientato nell'America degli anni '20; la sua quotidianità è fatta di scrittura, eppure, non trova uno straccio di editore che possa pubblicare il suo primo romanzo che, una volta dato alle stampe, avrà il titolo definitivo di Angelo, guarda il passato.
In questo periodo di frustrazione, diventa provvidenziale l'intervento dell'editore Maxwell Perkins (Colin Firth), che scoprì Francis Scott Fitzgerald (Guy Pearce) ed Ernest Hemingway (Dominic West) e che sarà l'unico a scommettere su Wolfe (Jude Law), vedendoci giusto.
Il romanzo di Wolfe diventa un best seller e tra lui e Perkins non s'instaura solo un rapporto lavorativo, ma di profonda amicizia che porterà i due ad allontanarsi da chi li ama per coltivare il loro legame esclusivo e proficuo, mandando in profonda crisi il rapporto tra Wolfe e la sua compagna Aline Bernstein (Nicole Kidman).
Il secondo romanzo di Wolfe sarà Il fiume e il tempo, che metterà a dura prova il rapporto con il suo editore-mentore.
 
 
I lavori dello scrittore americano sono pieni di minuziose descrizioni di ambienti, cose e persone, uno straripamento letterario; per questi motivi i suoi scritti devono essere sottoposti a numerosi e pesanti tagli da parte di Perkins, per dare una maggiore sintesi e comprensione alla lettura ed innalzare l'asticella di vendita e di successo (e con tutta l'amarezza di Wolfe).
Un genio puro, inarrestabile, quasi incapace di poter essere contenuto nella mente di una sola persona, utilizzando essa come un mero mezzo di espressione che si scontra con il genio lucido e maturo di chi cerca di arginare lo straripamento, a fin di bene.
Un vero e proprio abbandono dell'essere persona per diventare un obbediente schiavo della letteratura.
 

Genius, presentato al Festival di Berlino e passato all'undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, è realizzato cercando di calibrare e controllare ogni minimo particolare (quasi come la devozione per i dettagli di Wolfe); è impossibile non notare come la regia di Michael Grandage sia di stampo teatrale, prettamente denotabile dai movimenti degli attori  (proprio lui che ha sempre lavorato con il teatro e in questo debutto alla regia cinematografica non si è per nulla sganciato da esso) e di come, grazie alla fotografia sul seppia, rientri nel genere biopic, senza mai lasciarsi andare o percorrere qualche rischio..
Insomma, una regia tanto precisa quanto, invece, non lo è la sceneggiatura di John Logan (Il Gladiatore, The Aviator, Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street, Skyfall), che sembra non dare l'esatta giustizia a quello scrittore dal genio esondante ed alle frustrazioni che derivano da esso, tramutandole come capricci da primadonna e dal vivere con superficialità..

giovedì 10 novembre 2016

Sing Street - La musica che tiene svegli!

Sing Street potrebbe essere l'ennesimo film che racchiude un percorso di formazione di un adolescente qualunque, che vive e si divide tra un amore adolescenziale, una band scolastica e una famiglia in crisi con dei genitori che minacciano costantemente la separazione.
Tutto è vero e lo è anche il suo contrario.

Ambientato nella Dublino degli anni '80, Sing Street racconta la storia di Cosmo (Ferdia Walsh-Peelo), un adolescente che, cambiata la scuola per motivi economici, si ritrova in un liceo cristiano di soli ragazzi, preso di mira dai bulli e, gradualmente, anche da chi gestisce la scuola.
Sarà il fuori scuola a cambiare la sua vita, quando una ragazza, con fare da modella, attirerà il suo sguardo: e quale miglior modo per fare colpo se non dire di essere il leader di una band?
Siamo nel pieno degli anni '80, in un'Irlanda in piena crisi economica e nel boom delle band giovanili dedite alla pop music: ed è proprio questo tipo di musica ad essere protagonista e filo conduttore di tutto il film.
Arriva per tutti gli adolescenti, maggiormente per quelli che vengono esclusi, emarginati e presi di mira da ci si crede bullo, il momento in cui ci si sente rappresentati dalla musica e dal/dalla cantante/band del momento (in questa pellicola l'influenza va da The Cure e A-Ha ai Duran Duran e Spandau Ballet); note e parole che messe insieme fungono da rifugio intimo e da stimolo a caricarsi di energia e a dare una marcia in più alla propria vita.
 

La musica fa parte della vita di tutti, dall'alba dei tempi; accompagna ogni singolo momento e ci sarà sempre quel brano che sembrerà esser stato scritto e composto per noi. Essa, forma e accompagna l'esistenza di tutti. E in fondo questo è quello che avviene a Cosmo, anche se in forma attiva perché sarà proprio lui a ideare e comporre una band per cercare di conquistare una ragazza.
La musica diventa il balsamo ed il collante di condivisione di esperienze (vedi i membri della band, tutti, come Cosmo, isolati ed emarginati non per la loro negatività ma, anzi, per le loro qualità più o meno nascoste), di amicizie profonde, di un amore adolescenziale (che a ragione non vuol significare meno valido di un amore adulto) e di recupero di rapporti umani, soprattutto familiari.
Quando la musica incontra quell'adolescenza spensierata, che non vede paletti od ostacoli di nessuna forma e dimensione nel proprio presente e men che meno nel proprio futuro, si scatena un big bang di emozioni poco dominabili; da questa collisione scaturiscono sinfonie di emozioni, espressioni e fantasie che non vedono barriere né confini alcuni.
 

In Sing Street, Cosmo diventa l'alter ego del regista John Carney (Once, Tutto può cambiare) che ai suoi tempo ha condiviso gli stessi sentimenti e vicissitudini del protagonista. Bisogna dare onore al merito dello stesso regista che ha curato, insieme a Gary Clark, tutte le canzoni del film, tutte rigorosamente originali. Un invito importante ad abbandonare le cover, insomma.
Nato come film indipendente, Sing Street è stato presentato al Sundance Film Festival e all'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Sing Street è un invito a sentirsi sempre un po' dei buoni adolescenti, a conservare sempre un po' di spensieratezza, di fantasia, di sogno. Perché se la musica riesce a coincidere con la propria esistenza ed aiuta a far staccare i piedi da terra per un po', allora ha raggiunto il suo scopo. Se non essa non riesce nell'intento, allora, è come morire un po' dentro.

martedì 25 ottobre 2016

Pif, In guerra per amore: l’importanza sociale, la lezione di Scola

Di Emanuele Paglialonga
 
 
A tre anni di distanza da La mafia uccide solo d’estate, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, fa il suo ritorno dietro la macchina da presa con In guerra per amore.
La sceneggiatura è da lui curata assieme a Marco Martani e Michele Astori.
L’importanza sociale

In guerra per amore è innanzitutto due cose: la prima, un ossimoro. Un ossimoro che merita di essere approfondito. Un conflitto bellico è forse una delle cose meno romantiche in assoluto, e quindi chi mai può andare in guerra per amore? Pif, che parte dall’America nella quale è emigrato alla volta di Crisafullo, in Sicilia, per chiedere al padre di Miriam Leone il permesso di sposare la figlia. 
Quindi il centro della vicenda è la storia d’amore fra i due personaggi? Assolutamente no.
La seconda cosa è che In guerra per amore è un MacGuffin. Per chi non sapesse di cosa si tratta, citofonare Alfred Hitchcock: il MacGuffin è il pretesto che nei film dà avvio alla vicenda. Per i personaggi è ovviamente di vitale importanza, ma allo spettatore viene in tasca ben poco. Costituisce, sostanzialmente, l’espediente narrativo. Per intenderci: la valigetta di Pulp Fiction.

Le travagliate peripezie sentimentali di Arturo Giammarresi per ottenere la mano di Flora Guarneri sono più marginali che ne La mafia uccide solo d’estate. (anche qui, come nel film precedente, vi sono gli stessi nomi e cognomi per i due personaggi principali, nonché voice over ironica del protagonista che accompagna buona parte del film: in questo caso citofonare Nanni Moretti).

Ad andare in guerra per amore è anche il tenente Philip Catelli, interpretato da Andrea di Stefano (che oltre a essere attore ha anche diretto Escobar: Paradise Lost con Benicio del Toro). È lui il reale fulcro della vicenda.
Catelli va in guerra per amore del suo paese, gli Stati Uniti d’America. La Seconda Guerra Mondiale è in corso, e gli Alleati si preparano al loro arrivo in Italia; sbarcheranno, come a tutti è noto, in Sicilia. Problema logistico: con l’isola che si fa? La si conquista? Si ricorre alle armi? Come faranno i soldati americani a muoversi in luoghi che non conoscono, in cui si parla una lingua che ignorano? Servirà di certo un aiuto, fornito da Lucky Luciano, noto criminale della cosiddetta Cosa Nostra Statunitense, che dall’America invia una lista di fedelissimi gentiluomini siculi i quali sicuramente si metteranno a disposizione della nobile causa.

I servizi militari americani chiedono, quindi, aiuto a Cosa Nostra.
La mafia consegna l’isola agli americani, i quali si insediano per stabilire il da farsi. Criminali della peggior specie vengono liberati dalle carceri, e una volta che i soldati avranno abbandonato l’isola, saranno insigniti, come segno di riconoscimento per il lavoro svolto, di cariche civili, sociali e soprattutto politiche. I mafiosi vengono fatti sindaci, assessori e quant’altro. Prendono legalmente il potere. Così si insedia Cosa Nostra nella politica, la Piovra con tutti i suoi tentacoli. Da qui acquista tutto il suo potere e strapotere.

L’importanza sociale del film di Pif è dunque notevole, poiché educa lo spettatore con un film di finzione, una commedia.

La lezione di Scola

Il film si apre con una dedica piuttosto significativa, quella ad Ettore Scola, col quale Pif aveva legato nell’ultimo periodo della vita del regista e assieme al quale era stato protagonista del documentario Ridendo e scherzando – Ritratto di un regista all’italiana, scritto e diretto da Paola e Silvia Scola e incentrato sulla vita artistica e personale di loro padre.
La dedica al regista di Una giornata particolare e C’eravamo tanto amati è significativa in questo senso: il cinema di Scola è un faro per quello di Pif.

In In guerra per amore vi è una corsa-sfida fra il patriarca fascista e l’anziana vicina di casa per raggiungere il rifugio durante i bombardamenti, il primo con una statua di Mussolini, la seconda con la statua della Madonna, e la fine che entrambe faranno nel corso del film. L’eco lontano è quello di Splendor, film di Scola dell’ ’89 con Mastroianni e Troisi: siamo negli anni fascismo, in una piazza del piccolo paese di Arpino troneggia su un palazzo la scritta “È l’aratro che traccia il solco / ma è la spada che lo difende”, con in basso a destra l’autore della citazione, ovviamente Mussolini. Davanti a questo palazzo viene installato per delle proiezioni all’aperto un telone bianco, che va a coprire la parte sinistra della frase, che diventa ora così: “Il solco lo difende Mussolini”. Si avvicina agli operai una guardia baffuta e domanda: “Il solco lo difende Mussolini? Che è diventato una guardia forestale?”.

Questo è l’eco, questo è l’approccio. Il primo film da regista del Il Testimone era riuscito a far ridere parlando di mafia, con la scena di Totò Riina col telecomando dell’aria condizionata tragicamente esilarante, per arrivare poi a un finale commovente, che era un pugno nello stomaco. Il film, d’altronde, cominciava con questa riflessione del protagonista: “La mafia, a Palermo, ha sempre influenzato la vita di tutti, e in particolar modo la mia”.

L’idea che la Storia influenzi le vite di tutti ritorna nel nuovo film di Pif nell’impostazione generale, ma in maniera diversa: l’Arturo de La mafia uccide solo d’estate era cresciuto con Flora nel cuore, ma anche col mito distorto e comico di un Andreotti paladino della legalità. L’Arturo de In guerra per amore è invece molto meno ideologicamente coinvolto rispetto al precedente.
Per buona parte del film a lui non interessa niente delle nefandezze, delle infiltrazioni mafiose e le implicazioni politiche: il suo obiettivo è Flora, per il resto non ha la benché minima idea di cosa gli stia succedendo intorno. Sarà Catelli a fargli aprire gli occhi.

Nonostante ogni tanto sembri inciampare sul ritmo di scorrimento In guerra per amore riesce ugualmente nel suo intento di trattare argomenti scottanti, controversi e feroci, con un’ironia calzante in grado di arrivare a un pubblico più vasto possibile.

Il film, che è stato anche una delle preaperture dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma assieme a Pastorale Americana di Ewan McGregor e Inferno di Ron Howard, sarà distribuito nelle sale italiane il 27 ottobre in più di 400 copie.

mercoledì 12 ottobre 2016

American Pastoral - L'opera prima di Ewan McGregor!

Ci vuole un bel po' di coraggio nel predisporre l'adattamento cinematografico di Pastorale Americana come opera prima di regia.
Questo è quello che ha provato a fare Ewan McGregor che, candidamente (e con un po' di faccia tosta), ammette (in una conferenza stampa gremita, lo scorso 3 ottobre a Roma) di non aver mai letto il romanzo di Philip Roth, premio Pulitzer nel 1998, prima che gli venisse sottoposta la sceneggiatura.
E, quando si cerca di adattare un romanzo del genere, complesso e stratificato, diventa quasi inevitabile fare dei confronti con il punto di origine.
Di base, la storia è quella di Seymour Levov detto "Lo Svedese" (per le sue connotazioni nordiche), campione in qualsiasi disciplina, tanto buono e amato da tutti, che riesce a rilevare l'azienda produttrice di guanti del padre, a sposare Miss New Jersey e avere da lei una figlia, Merry.
Una famiglia perfetta, un lavoro perfetto, il tutto in un mondo perfetto.
Ma la vita di nessuno può essere perfettamente monotona; saranno la guerra del Vietnam ed i disordini razziali dei primi anni '60 a far diventare Merry sempre più ribelle ed estremista ed a portare una vera e propria guerra in casa. La fine del sogno di una vita perfetta. La fine del sogno americano.
 
In American Pastoral, Ewan McGregor e John Romano (lo sceneggiatore) hanno preso le redini del romanzo e hanno cercato di adattarlo nel modo migliore possibile (con Jennifer Connelly e Dakota Fanning nel cast) rimanendo, però, incastrati nel contesto familiare e nelle rivoluzioni ed evoluzioni ad essa interne, lasciando gli eventi storici quasi come dei pretesti per portare avanti la storia della famiglia Levov, che poi diventa quella del singolo uomo alla ricerca del tassello perduto (Merry) per ricomporre quel puzzle tanto perfetto.
Uno "Svedese" carico di ottimismo e stupore, alla ricerca di quella che sarà la sua futura conquista (i titoli, la moglie, Merry perduta), un Edward Bloom sincero e un po' ingenuo.

Per quanto sia ammirevole il tentativo di tale adattamento, probabilmente l'attore scozzese ha puntato ad un livello troppo alto per essere il primo film da regista, finendo per raccontare la storia di un uomo in termini morbidi e patetici, quando Roth descrive gli eventi storici di rivoluzione e di portata mondiali in modo spietato e feroce.
Nell'adattare testi così complessi (che sia un'opera prima o meno) forse si necessita di un regista che sia in grado di tenere saldamente in mano il timone della sua nave per non perdersi nel mare di parole romanzate ed essere depistati dalla nebbia della convenzionalità.