domenica 31 dicembre 2017

I film più attesi dell'anno che verrà!

A poche ore dal nuovo anno, diventa impossibile non fare il punto sui film più attesi dell'anno che verrà.


Chiamami col tuo nome

Passato dal Sundance Film Festival e dal Festival di Berlino, il film di Luca Guadagnino è uno di quelli certamente più attesi del prossimo anno. Adottato ed apprezzato dagli Usa, il film del regista italiano è ambientato negli anni '80 e narra la storia d'amore tra due giovani ragazzi.




Dogman

Dopo Il racconto dei racconti, ritorna Matteo Garrone sul grande schermo.
Dopo lo stop al progetto di Pinocchio, l'attenzione di Garrone si è concentrata verso il progetto Dogman. Questo film, che riprende i toni cupi e l'atmosfera noir de L'imbalsamatore, si basa sulla storia dell’assassino romano Pietro De Negri, noto come Er Canaro della Magliana, autore dell'efferato omicidio ai danni dell'ex pugile Giancarlo Ricci.




First Man

Dopo il successo di La la land, ritorna Damien Chazelle, con lo scopo di portare al cinema la storia di Neil Armstrong. Un racconto, non un biopic (pare), con Ryan Gosling che tornerà a lavorare con il regista americano.





Isle of dog

Nove anni dopo Fantastic Mr. Fox, ritorna la stop motion di Wes Anderson.
Già annunciato come film di apertura alla prossima Berlinale, Isle of dog è ambientato nel 2037 e racconta la storia di un ragazzino giunto sull'isola dei cani, per ritrovare il suo fedele amico a quattro zampe. Un film che pare essere un omaggio al cinema di Akira Kurosawa ma che, purtroppo, non ha una data di uscita certa in Italia.



 

Il filo nascosto

A circa 3 anni da Vizio di Forma, torna al cinema Paul Thomas Anderson con Il filo nascosto.
Con questo film, Anderson torna a dirigere Daniel Day Lewis alla sua ultima performance della carriera, dieci anni dopo Il petroliere.
Nella Londra del dopoguerra, il rinomato stilista Reynolds Woodcock domina la scena della moda britannica insieme a sua sorella Cyril.
La vita e la carriera dello stilista vengono sconvolte quando egli s'innamora di Alma, che diventerà presto la sua musa.





Loro

Il film di cui si parlerà sicuramente in Italia nel 2018, sarà Loro.
Il nuovo (e supersegreto) lavoro di Paolo Sorrentino si basa sulla figura di Silvio Berlusconi, con Toni Servillo protagonista e pronto ad un'altra metamorfosi dopo Il divo e La grande bellezza.





Ready Player One

Nel 2045 la terra è diventata un luogo inquinato, funestato da guerre, povertà e crisi energetica. Gli abitanti versano in condizioni precarie, stipati in grossi container spogli, senz'altra evasione che il nostalgico mondo virtuale di OASIS. L'universo ispirato ai ruggenti anni ottanta, creato dal milionario James Donovan Halliday (Mark Rylance), conta milioni di login al giorno per la facilità d'accesso (sono sufficienti un visore e un paio di guanti aptici) e gli scenari iperrealistici in cui sfuggire al mondo tetro e pericoloso. La notizia della morte di Halliday arriva insieme con l'ultima, stimolante sfida lanciata dall'eccentrico creatore: una caccia al tesoro da miliardi di dollari.
L'adolescente Wade (Tye Sheridan), da sempre affascinato dalla figura del programmatore, ha collezionato informazioni sulla sua vita e il suo lavoro. Attraverso l'avatar Parzival proverà ad aggiudicarsi il premio in palio, contro i potenti nemici di una malvagia multinazionale (la IOI) e un nutrito gruppo di concorrenti senza scrupoli.
Con questo film Steven Spielberg si rapporta con la realtà virtuale ed è inutile dire che Ready Player One sia uno dei film più attesi dell'anno!





The house that Jack built

Ambientato nell'arco di dodici anni, il film si basa su una partita a scacchi tra la polizia e un killer astuto e spietato, interpretato da Matt Dillon.
Secondo Lars Von Trier, questo film sembra essere il lavoro più cupo della sua carriera.



The post

Non si poteva non inserire l'altro film di Spielberg, The Post.
Il film, con protagonisti Tom Hanks e Meryl Streep, racconta la lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa e dell'indagine, intrapresa dal The Washington Post, riguardo la copertura di segreti di Stato riguardo la Guerra in Vietnam.





 

The shape of water

Con il nuovo anno, torna Guillermo del Toro con The Shape of Water, film vincitore del Leone d'oro all'ultima Mostra del cinema di Venezia e punto più alto della sua carriera.
Una nuova fiaba ambientata nel pieno della Guerra Fredda americana e che incentra la storia sull'addetta alla pulizie Elisa (Sally Hawkins), una giovane donna affetta da mutismo, e dal suo rapporto con un esperimento governativo: una creatura squamosa di aspetto umanoide.





Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Il film segue le vicende di una madre in cerca di giustizia per la figlia, che ingaggia una lotta contro un disordinato branco di poliziotti pigri e incompetenti. Dopo mesi trascorsi senza passi in avanti nelle indagini sull'omicidio della figlia, Mildred Hayes (Frances McDormand) decide di prendere in mano la situazione. Una campagna personale che diventa una vera e propria battaglia e che coinvolgerà anche il capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson) ed il suo vice Dixon (Sam Rockwell).

domenica 24 dicembre 2017

The Greatest Showman

Che Hugh Jackman sia un attore completo ed eccezionale nel recitare, presentare, ballare e cantare, è un fatto più che noto, dimostrato in mille diverse occasioni. Non poteva, quindi, essere che lui l’interprete di Phineas Taylor Barnum, il self-made man dell’ottocento, che mutò il mondo dell’entertainment, l’imprenditore che mise in auge un nuovo tipo di show che coinvolgesse più classi sociali possibili, con un'attenzione particolare ai freak, protagonisti dei suoi spettacoli. Diretto dall’esordiente regista cinematografico Michael Gracey, The Greatest Showman è un musical che inserisce e rispecchia tutte le qualità possibili di chi ha lavorato al film.     
A partire proprio da Gracey e da Jackman. La carriera e la vita di Barnum si è sempre distinta per il suo ottimismo verso il futuro e la conoscenza delle proprie capacità: ha saputo sfruttare a proprio favore la questione mediatica che lo ha travolto per aver convinto i freaks a lavorare per lui. Barnum non si è mai abbattuto e ha sempre cercato di creare aspettative positive per sé e per gli altri, tra cui dare ai cosiddetti “fenomeni da baraccone” una chance di farsi accettare per quello che sono e di dare la possibilità al pubblico di poterli apprezzare e di uscire dallo spettacolo più contenti di come vi sono entrati.    
 

 Gracey, regista di spot pubblicitari, non ha mai avuto il fine di creare un film che fosse un insieme di musiche riadattate alla Moulin Rouge!. Sicuramente il film si appoggia a basi Luhrmanniane, con un intrattenimento pop e legato in parte alla stessa costruzione visiva del film del 2001: entrambi seguono un protagonista che, macchina da scrivere alla mano, mette tutto se stesso nella realizzazione dei propri obiettivi, che esplode di gioia come del proprio opposto, in un connubio omogeneo tra la parte cantata e recitata. Energia, coreografie e colori che rendono questi due film quasi inscindibili e allo stesso tempo differenti.
Se Moulin Rouge! si basa una vicenda bohémienne, con una continua ascesa al drammatico e con una conclusione abbastanza rara nei musical, The Greatest Showman, pur reggendosi su una sceneggiatura (di Jenny Bicks e Bill Condon) traballante ed abbastanza ricca di imperfezioni che rischiano di cadere nel ridicolo e nel melenso, riesce ad incanalare un’energia contagiosa che persiste dall’inizio alla fine. Uno show che deve continuare per affermare le proprie qualità.      
 
 
Temi come quelli dell’accettazione del diverso per classe, colori, deformità, della rivalsa e del vivere bene e in pace con se stessi, per quanto importanti, vengono solo trattati superficialmente, facendo emergere un limite di analisi; sono temi che diventano solo dei pretesti per montare un grande spettacolo (sia del film, che di Barnum). È chiaro che le parti più importanti del film sono i numeri musicali, che rendono contemporanei i temi appena detti poco sopra e che risucchiano il fruitore, con una colonna sonora di John Debney e canzoni scritte da Benj Pasek e Justin Paul (autori delle canzoni di La La Land).
Con un film del genere si può e si deve parlare di fruitore: egli non sta semplicemente guardando, ma diventa parte fondamentale della realizzazione dello spettacolo, una parte quasi attiva di questo meta-show che potrebbe trovarsi, da un momento all’altro, sospeso a mezz’aria sopra un trapezio come lo si è stati, alla stessa maniera, su quell’elefante bohémien di diversi anni fa.
 
 
Dal canto suo, The Greatest Showman riporta in auge una parte fondamentale di quel musical precedente il tramonto di fine anni ’50. Il riferimento è alla danza Kelliana: sebbene gli stili siano totalmente differenti, in questo film vi è un deciso ritorno alla danza atletica, aggraziata e allo stesso tempo così scomposta e così comunicativa che non si vedeva da tanto, troppo tempo. E questa mediazione non poteva essere, in primis, che di Jackman. Con un personaggio imbastito, cucito e ricamato sartorialmente addosso, Jackman ha dato sfogo in toto alle sue molteplici ed eccelse capacità, dimostrando ancora una volta, e una volta per tutte, che, in realtà, è lui il greatest showman. Un leader, lui così come il personaggio, in grado di innalzare ai suoi livelli un cast fatto sia di iniziati al musical (vedi Michelle Williams) sia di attori avviati (vedi Keala Settle, alias la donna barbuta) e che riesce a far sbocciare uno Zac Efron sempre relegato, suo malgrado, a ruoli teen.
Citando una celebre canzone di Venditti, certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Un amore verso un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri e che, finché avrà con sé autori ed interpreti in grado di amarlo, glorificarlo, aggiornarlo e farlo amare a loro volta, non morirà mai. E non importa se il film sia perfetto a 360°: in fondo nemmeno Cantando sotto la pioggia lo è.  
 
 
Recensione completa su I-FilmsOnline.

sabato 2 dicembre 2017

Ferdinand - Un toro e la sua libertà

Di Matteo Marescalco
 
 
Ferdinand è un toro pacifico ed amante dei fiori che non ne vuole sapere di scendere in arena ad affrontare un torero. Qualcosa gli suggerisce che, nonostante tutto, sia sempre il matador a vincere sul toro.
In barba alle convenzioni culturali del genere cui appartiene, Ferdinand fugge dall'allevamento di tori da corrida in cui è rinchiuso per cercare una via diversa da quella che le usanze vorrebbero che lui percorresse. Ma il destino gli remerà contro.
  

Al giorno d'oggi, il cinema di animazione si è speso all'interno di ogni genere e le case di produzione specializzate hanno riempito il mercato, provando a garantire un'adeguata stratificazione di prodotti adatti ai diversi tipi di target.
Il regista di Ferdinand è Carlos Saldanha, già autore de L'era glaciale e di Rio, entrambi della Blue Sky Animation.
Il film è tratto da La storia del toro Ferdinando di Munroe Leaf e Robert Lawson (già trasformato in cortometraggio da Disney nel 1938), racconto illustrato che all'epoca venne messo al bando perchè, in un periodo del genere, veniva visto come un pericoloso inno all'autodeterminazione. In effetti, il concetto di fare della propria vita ciò che si vuole, nonostante i retaggi culturali che dominano la nostra società, è la tematica principale di Ferdinand (curiosamente presente anche in Coco, ultimo film Pixar).
 

Vista l'importanza e la difficoltà tematica, l'intera narrazione è costruita su diversi punti di vista che mirano a dialogare con target di pubblico differenziati.
Lo spazio alle gag divertenti e alla volontà di Ferdinand di abbandonare una vita che non gli piace non sottrae importanza all'impianto metaforico che restituisce la descrizione del mondo dei toreri e dei mattatoi. Il problema risiede, piuttosto, nell'assenza di equilibrio tra first storyline e l'accumulazione snervante di gag che mirano unicamente a strappare le risate dei più piccoli ma che lasciano completamente attoniti i più grandi.
Il ritmo complessivo della narrazione è altalenante ed è accompagnato da un'animazione che si attesta sulla creazione di ambienti cromaticamente saturi e ridotti ai minimi dettagli (caratteristiche che finiscono per stridere con il racconto).

Con un regista del genere, ci si aspettava una riflessione differente o, quanto meno, un'elaborazione più brillante sul racconto portato in scena, sulla scorta di quanto fatto da Gli eroi del Natale, piccola gemma delle festività in corso.

sabato 25 novembre 2017

Detroit - Il passato per raccontare il presente

A cinque anni di distanza da Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa per mostrare un nuovo pezzo di storia americana, concentrandosi sulle rivolte di Detroit dell’estate del 1967.
Ai tempi, Detroit era una città dominata prevalentemente da fabbriche e dalla criminalità, una città in cui la maggior parte della popolazione afroamericana viveva in condizioni di povertà e marginalità, nonostante la presenza di fondi sociali e di una classe medio agiata. Ma la frustazione era tanta e non ci è voluto molto per dare fuoco alle polveri.

Tutto comincia con l’irruzione della polizia in locale apparentemente privo di licenza, dove si sta consumando una festa tranquilla. Tutte le persone partecipanti, quasi tutti neri, vengono arrestate. Nel frattempo, comincia a consumarsi una rivolta locale contro la polizia, destinata ad espandersi in tutto il paese e diventando sempre più violenta.
Tra il 23 ed il 27 luglio viene mandata in città la guardia nazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson (succeduto nel 1963 a John F. Kennedy, promotore dei diritti civili e della Great Society) decide di far intervenire l’esercito per sedare le rivolte e per il bene della popolazione di colore.
La rivolta di Detroit provocò 43 morti, più di mille feriti, la distruzione di numerosi edifici e ingenti perdite economiche.

Prendendo in considerazione giorni che (purtroppo) sono anche i nostri (l’escalation razziale dell’era Obama ha dato numerose prove di ciò), la Bigelow dà una breve infarinata storica per poi raccontare minuto per minuto la mattanza psicologica e fisica all’Algiers Motel, nel quale tre persone di colore furono uccise e altre sette persone (tra cui due ragazze bianche) vennero torturate e picchiate da poliziotti bianchi, mai ritenuti responsabili degli avvenimenti.
La Bigelow analizza questo breve spaccato storico tramite tre segmenti: la scintilla che ha dato inizio alle rivolte, i fatti dell’Algiers Motel e il vano processo ai poliziotti.

Ma non è la storia la vera e propria protagonista; lo è la psicologia.
Le due ore e poco più sono dedite a sviscerare i moti di rabbia di entrambe le fazioni, della cattiveria gratuita e immotivata da parte di chi teme una prossima e inaccettabile mescolanza razziale e, quindi, stessi diritti e doveri.
Andando oltre la superficialità della lotta tra bianchi e neri, girato con molta camera a mano e con un tocco di documentarismo, Detroit mostra la crudeltà di cinquant’anni fa (non molto diversa da nostri tempi) senza risparmiare i dettagli, ricercando e anatomizzando la storia di ieri per raccontare quella di oggi, calando il velo di opacità da una vicenda che ha tutto il diritto di essere conosciuta nel profondo, anche fuori dai confini nazionali.

Un film sempre nervoso, adrenalinico, un mulinello di vicende e anfratti psicologici che mette lo spettatore a prova di apnea.
Un film che si è servito delle interpretazioni di John Boyega, novello Denzel Washington, in parte passivo ed impotente (come d’altra parte lo siamo noi pubblico), e di Will Poulter, arcigno poliziotto, mostro e creatore di mostri.

mercoledì 15 novembre 2017

Justice League - La triste perfezione del Batman di Ben Affleck

Di Matteo Marescalco
 
 
Chi vi scrive ha trascorso la propria giovane vita alle prese con una mamma estimatrice del lavoro di Ben Affleck (o sarebbe meglio dire innamorata dell'attore americano?). E come criticarla?! Mascella volitiva e fisico da quarterback, Affleck ha attraversato da protagonista, nel bene e nel male, gli anni 2000.
Armageddon, Shakespeare in Love, Bounce, Pearl Harbor, Daredevil, Amore estremo, Hollywoodland sono le tessere che hanno contribuito a costruire quel gigantesco mosaico fatto di odio e amore/fallimenti e vittorie nei confronti di un attore che ha sempre dato l'impressione di avere un talento particolare nell'inimicarsi i pareri della critica che, a sua volta, gli ha spesso riservato il fondo di un oceano viscoso e particolarmente oscuro difficile da risalire.
Come non provare affetto per quel mascellone dalla stazza titanica che incappava in film il più delle volte dalla discutibile qualità? Sguardo perso nel vuoto e bocca semiaperta, Ben Affleck ha sempre dato l'impressione di mettercela tutta ma di non riuscire a raggiungere esiti soddisfacenti nell'arte della recitazione.

 

Fino alla rinascita del 2007 con Gone baby gone e i successivi The Town e Argo che lo porta al secondo Oscar (La legge della notte è stato un totale flop nel mondo, emblema chiarissimo dello sfortunato destino del suo autore). E giù con complimenti, processi di redenzione ed il «Ma quindi non era lui lo scemo della coppia Ben Affleck-Matt Damon!».

Tutto questo preambolo dalla parvenza inutile, in realtà, serve per giustificare l'affetto smisurato che chi scrive prova per il regista/attore americano ed un concetto che innerva il pezzo critico: non esiste miglior Batman di Ben Affleck.

Nessuno meglio di lui è stato in grado di portare sulle sue spalle il peso di un progetto (il DC Extended Universe) nato nel 2013 con Man of Steel (lo stesso anno in cui è stato dato l'annuncio che il Batman post-Christian Bale sarebbe stato interpretato proprio da Affleck) per rincorrere i successi al botteghino del Marvel Cinematic Universe (omologato su un unico tono ma, quanto meno, ben più solido sul versante produttivo rispetto al colpo di coda finale del team DC).
Zack Snyder è stato garante di un'operazione sbilenca, una corsa contro il tempo che ha dato linfa vitale ad un nuovo modo di concepire il blockbuster supereroistico, lontano dal mediocre appiattimento della Marvel, e più vicino ad una concezione autoriale dell'operazione: lo sguardo di Snyder è totalitario sui primi quattro film alla base dell'universo condiviso, rispecchia il suo modo di concepire il cinema come assalto multisensoriale allo spettatore volto a destrutturare l'epica classica di supereroe (e a mettere in scena persino la sua morte). Tutto è andato a buon fine? Non troppo. E quest'ultimo Justice League, primo film totalmente corale del team DC, è la perfetta sintesi degli aspetti più problematici che pendono come una spada di Damocle sul suo capo nonché emblema di ciò che il futuro, molto probabilmente, ci riserverà. 
 
 

La trama è più che mai lineare: dopo la morte di Superman, la Terra è presa di mira dalla più malvagia forza aliena di sempre, Steppenwolf, che approfitta della sua vulnerabilità provocata dalla fine del figlio di Krypton (la vicenda è lievemente più complessa e tira in ballo concetti quali speranza e paura ma, al momento, non è necessario approfondire). Batman, sempre più stanco del proprio ruolo, mette insieme una straordinaria Lega per contrastare il Male. Wonder Woman, Aquaman, The Flash e Cyborg si uniranno e combatteranno insieme in difesa dell'umanità.

Il progetto di Justice League è da tempo nell'occhio del ciclone: pochi mesi fa, Zack Snyder, a seguito di un lutto familiare, ha abbandonato la regia del film e ha lasciato la post-produzione e la regia delle riprese aggiuntive a Joss Whedon, celebre papà degli Avengers cinematografici (insomma, JL è passato al nemico). Il film, inizialmente, sarebbe dovuto constare di due parti, ridotte ad una, abbondantemente superiore alla durata di due ore, ulteriormente limate alle due ore. Abbandono di Snyder ed ingresso repentino di Whedon hanno complicato ulteriormente i piani, finendo per rendere Justice League un prodotto ben più omologato dei suoi fratelli maggiori al panorama del blockbuster contemporaneo e manchevole di una compattezza, nonostante la breve durata. Le atmosfere narrative cupe e la magniloquenza tematica sono state abbandonate per cercare un'ibridazione (i punti di vista di Snyder e Whedon sono diversi) che mina la tenuta complessiva del film.
 

Tuttavia, a maggior ragione, un film così martoriato, con un Ben Affleck in piena terapia riabilitativa per dipendenza da alcool e reduce dal clamoroso insuccesso di La legge della notte, che dice, insieme al suo Batman, di non essere più in grado di tenere le redini del gruppo (l'abisso della sua solitudine, del senso di colpa e del rancore non è mai stato così profondo), crea un incredibile cortocircuito tra finzione e realtà ed attesta la perfezione dell'attore americano per quel ruolo. E se il cuore del progetto DC risiedesse proprio nelle crepe che rendono la sua struttura traballante? Nella goffaggine quasi infantile che caratterizza l'ammissione di colpevolezza di Batman? Se fossero proprio i deragliamenti del tessuto produttivo a far tremare l'ossatura ma a mantenerla, allo stesso tempo, viva? Una clamorosa deflagrazione, nella sua imperfezione ben più perfetta di quella dei precedenti episodi, che porta ad una piena coincidenza tra vicende private e pubbliche e dota Justice League di un cuore gigantesco (lo stesso che, a tempi alterni, abbatte Ben Affleck e gli dona nuova vita) difficilmente ravvisabile altrove.

lunedì 13 novembre 2017

Borg McEnroe - Il tennis oltre il tennis

Wimbledon, 1980.
Ansia, attesa, fibrillazione che non vale solo per il pubblico. Anzi, che vale di più per i giocatori, specie se sono quelli su cui tutti puntano, quelli da cui tutti si aspettano grandi cose.
 
Björn Borg (interpretato da Sverrir Gudnason), nazionalità svedese, capelli biondi come il grano d'agosto, ma freddo, glaciale e potente come un iceberg.
John McEnroe (interpretato da Shia LaBeouf), nazionalità americana, capelli ricci, neri e disordinati come la sua indole vulcanica, atleta dal colpo mancino.
Il film, diretto da Janus Metz Pedersen (già incontrato alla regia del terzo episodio della seconda stagione di True Detective), sviscera il tennis, lo analizza dall'interno per mostrare uno sport che va ben oltre il tennis generalmente concepito. Ma la fatica che ci si mette, come vale poi per tutti gli altri sport, è davvero solo fisica?
 
 
Borg McEnroe risulta un film scisso in due parti intrecciate tra loro.
Dapprima si assiste ad un percorso di formazione, ad un percorso di crescita personale e nei rapporti con il tennis stesso che sfocia nella storica finale di Wimbledon, da intendersi, però, come un punto di partenza per il futuro e non come punto di arrivo.
Successivamente si assiste alla travagliata preparazione e alle varie partite di qualificazione, fino all'ambita finale.

Nella storia del cinema non è mai stata approfondita una tale rivalità sportiva e una tale volontà di dimostrare quanto nello sport sia necessario "il metterci la testa": tra i recenti si potrebbe segnalare solo Rush di Ron Howard.
Il lavoro di Pedersen vuole mettere in campo e dimostrare come due leggende (una leggenda che vive nella leggenda ed una leggenda che invece lo sarà in futuro) non siano altro che uomini, ognuno con le proprie debolezze.
Entrambi gli atleti hanno una cosa in comune: un passato difficile, quello di chi è andato contro tutto e tutti, di chi ha spezzato racchette o legami familiari per raggiungere il proprio obiettivo: diventare un gran giocatore di tennis. Anzi, il migliore del mondo.
Solo che ognuno ha reagito diversamente dal proprio passato e rispetto al proprio presente: Borg, incanalando ciò nella sua racchetta e McEnroe nel dare fuoco alle polveri in momento che si rivelasse proficuo.
 
 
Metz non parteggia per nessuno dei due, forse da più risvolto alla storia di Borg, ma senza mai prendere una posizione, cercando sempre un equilibrio, spesso e volentieri precario, tra questi due personaggi.
Un film nel quale il fattore narrativo viene sovrastato da quello estetico, senza mai scadere nella banalità. Il lavoro di casting è decisamente egregio.
Era impensabile riproporre una finale realistica come fu davvero quella di Wimbledon: il punto a favore del regista danese sta nel fatto di aver voluto presentare una finale che lavorasse sulla psicologia, sull'assetto mediatico, che lavorasse con la cronaca sportiva. Una cronaca talmente verosimile ed appassionante che sarà facile per lo spettatore dimenticare di vedere una partita già vista (per chi c'era) o di cui comunque sa già il risultato. Il contesto diventa frizzante, la partita si fa intensa e si vive quell'ansia e quell'attesa propria di una finale dominata da uno scontro tra titani.
Due rockstar che, a più di trent'anni di distanza rimangono delle leggende per i più vecchi, e lo diventano per i più giovani.

giovedì 19 ottobre 2017

Rapunzel. La serie - Solo su Disney Channel!

Ambientato subito dopo le vicende del classico Disney Rapunzel - L’Intreccio della Torre e prima del corto d’animazione Le Incredibili Nozze, il Disney Channel Original Movie Rapunzel Prima del Si andrà in onda venerdì 20 ottobre alle ore 20.10 su Disney Channel (canale 613 disponibile solo su Sky) e anticiperà l’arrivo di Rapunzel La Serie che farà il suo debutto il 27 ottobre alle 20.10 e terrà compagnia al pubblico con un nuovo episodio ogni venerdì.

 

La Principessa si trova a dover fare i conti con la nuova vita a Palazzo.
Rapunzel infatti scopre che far parte della famiglia reale può essere soffocante e, desiderosa di maggiore libertà e nonostante l’amore che prova per Eugene, decide di rifiutare la proposta di matrimonio del ragazzo. Il suo irrefrenabile spirito libero e la sua naturale curiosità la porteranno, con l’aiuto dell’ancella Cassandra, a lasciare il castello di nascosto nel cuore della notte e giungere nel luogo in cui fu trovato il fiore che le donò i magici capelli. Qui accadrà qualcosa di inaspettato: dal terreno spunteranno delle spine e i lunghi capelli biondi della principessa riprenderanno a crescere. Mentre tutti nel regno si preparano all’incoronazione di Rapunzel, una figura misteriosa raggiungerà il luogo da cui proviene il magico fiore…

Il pubblico ritroverà i personaggi più amati del classico d’animazione, come Eugene, il tenero camaleonte Pascal, il simpatico cavallo Maximus a capo delle guardie reali e gli strambi personaggi della Locanda del Brutto Anatroccolo, mentre farà il suo debutto Cassandra, la leale ancella di corte.

Le avventure di Rapunzel saranno accompagnate anche da alcune canzoni originali create dal compositore e vincitore di 8 premi Oscar® Alan Menken (La Sirenetta, Aladdin, Pocahontas).

Rapunzel Prima del Si e Rapunzel la Serie aspettano i telespettatori per nuove e divertenti avventure dal 20 ottobre ogni venerdì alle ore 20.10 solo su Disney Channel.