martedì 15 maggio 2018

A Beautiful Day - You were never really here


Joe (Joaquin Phoenix) è un ex marine e agende FBI, che vive nella sua casa d’infanzia e si prende cura dell’anziana madre. La sua vita, però, non è facile perché è tormentata da continui flashback del suo passato violento.
Joe si guadagna da vivere liberando delle giovani ragazze dalla schiavitù sessuale. Un giorno viene contattato da un famoso politico newyorkese, che crede che sua figlia Nina sia stata rapita da una di queste organizzazione e che sia stata costretta a prostituirsi. Il coraggioso ex militare accetta il lavoro e grazia al suo sangue freddo riesce a liberare la ragazzina, ma scopre che dietro al suo rapimento ci sono delle persone corrotte e molto potenti.



Scritto e diretto dalla cineasta scozzese Lynne Ramsay e liberamente tratto da un racconto breve di Jonathan Ames, il film si basa su inquadrature fatte di primi e primissimi piani che raccontano la devastazione mentale di un singolo per raccontare quella di un paese, di un mondo totalmente privo di morale e scrupolo.
A Beautiful Day è un film che ragiona e funziona scena per scena, che racconta una realtà allucinata, tormentata, resa autentica dalla fotografia fredda e sporca.

Joe agisce con la violenza, l’unica arma che conosce: tuttavia, il suo desiderio di vendetta si contrappone a quello della protezione e della tenerezza nei confronti della madre e della ragazzina abusata che salverà.
Le scene di violenza più cruda sono destinate al fuori campo, l’empatia non è richiesta.
A Beautiful Day vede la presenza di Joaquin Phoenix in veste di protagonista che regala una delle sue migliori interpretazioni fatte di mugugni, azioni, comunicazione verbale e non, che ben si adatta ad un film quasi senza dialoghi, narratore di un’esperienza post-traumatica.
Un film che dà quasi più importanza alla musica e ai suoni, grazie ad una colonna sonora potente e stravolta realizzata da Jonny Greenwood (chitarrista dei Radiohead, con il quale Ramsay ha collaborato anche per … e ora parliamo di Kevin).



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lunedì 14 maggio 2018

Tuo, Simon - Trovare il proprio posto nel mondo

Tutti noi abbiamo vissuto quel periodo tempestoso tra adolescenza e post-adolescenza.
Un periodo custode di numerosi segreti, di primi innamoramenti, di primi scontri con le difficoltà della vita adulta.

Simon Spier (Nick Robinson) inizia a flirtare online con un suo compagno di classe, del quale conosce solo lo pseudonimo, Blue. Ma quando una delle mail che si scambiano, finisce nelle mani sbagliate, il segreto di Simon rischia di diventare di pubblico dominio. 



Tuo, Simon è un adattamento del romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs The Homo Sapien’s Agenda) di Becky Albertalli, del 2012.
Prodotto da Wyck Godfrey e Marty Bowen (gli stessi che hanno prodotto film quali Colpa delle Stelle, La Risposta è nelle Stelle e la saga di Twilight), Tuo, Simon non è un film dedicato solo ai ragazzi, ma adatto a tutta la famiglia.

Nel panorama dei film dedicati all’accettazione della propria e altrui omosessualità, forse questo è uno dei migliori, in termini di sviluppo concettuale: Simon è analizzato a 360°. La storia è delicata e molto empatica e  racconta profondamente i tormenti del ragazzo, le difficoltà e le paure.

Forse, l’equilibrio tra leggerezza e profondità è fin troppo marcato, ma nel complesso riesce a stare lontano dalla drammaticità, riuscendo ad essere godibile.
Tuo, Simon, non è altro che la storia di un ragazzo che prova a trovare il suo posto nel mondo, bandendo luoghi comuni e superficialità, ma di grande impatto comunicativo. Un film pronto a diventare manifesto dell’amore (per se stessi e verso gli altri). 



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domenica 13 maggio 2018

Loro - Il Berlusconi di Paolo Sorrentino

Se Loro 1 era solo il preludio all'arrivo di Silvio Berlusconi, sarà proprio lui il perno centrale di Loro 2, quel Silvio (Toni Servillo) che vive sotto la maschera da Fonzarello, quello originale, forse sconosciuto persino a lui.
Un ganassa, come si dice in milanese: fanfarone e farfallone, sempre pronto a piacere a tutti, ad accontentare tutti, a pronto a dispensare ottimismo anche quando tutto diventa patetico.
 
 

Loro non vuole giudicare il self-made-man del nord. Forse lo vuole solo umanizzare.
Paolo Sorrentino tira fuori la tristezza di fondo che nasce dalla paura di invecchiare, di non essere più così benvoluto dagli italiani come un tempo, di essere respinto dalla propria moglie.
Ma Silvio è un po’ come Rossella O’Hara. Tutti e due vogliono amare altro per non fare i conti con loro stessi. Rossella ama Ashley, Silvio la sua immagine. E quando questo ideale scompare o si sgretola, arriva il momento in cui bisogna fare i conti con se stessi e diventa dura.
E via sulla giostra della finzione e del dimostrare a se stessi di essere ancora tonici, di saper ancora vendere appartamenti, per esempio.

Essere venditori significa persuadere il cliente (o il cittadino). Sapiente burattinaio delle psicologie altrui, ma in caso contrario “Lo sai cosa mi succede quando usano la psicologia con me? Niente”.
Complessi di inferiorità, decadenza, solitudine. Rimangono davvero in pochi ad esseri succubi del fascino berlusconiano.
Loro non offre cinismo gratuito, né parteggia politicamente o umanamente. In fondo racconta solo la storia di un uomo e dei suoi sentimenti più reconditi, con spazio anche per le emozioni.
 
 
 
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sabato 5 maggio 2018

L'importanza di chiamarsi Mara - Una chiacchierata con Joaquin Phoenix

Giovedì 26 Aprile.
Io e due amici e colleghi (Matteo Marescalco e Laura Silvestri) ci troviamo sotto il sole del tardo pomeriggio romano.
Sono circa le 19, tra poco più di un'ora saremmo dovuti essere all'anteprima di A Beautiful Day - You Were Never Really Here, film della regista scozzese Lynne Ramsay con protagonista Joaquin Phoenix. La mattina seguente saremmo stati alla conferenza stampa di presentazione del film.

Ci troviamo in Via del Corso, verso Piazza del Popolo, andando piano piano a prendere la metro. Probabilmente Joaquin era già arrivato all'albergo da qualche ora.
Quasi nemmeno il tempo di esternare questo pensiero, che si palesa davanti a noi, in compagnia di Rooney Mara.
Scrivere di cinema (o, quantomeno provarci) non significa non essere anche fan, soprattutto di un attore che noi tutti (almeno, noi tre) stimiamo e adoriamo. Sicuramente uno dei migliori, se non il migliore attore della sua generazione.
Il tempo di guardarci in faccia e già la decisione era stata presa. Proviamo a chiedergli una foto: in fondo, quando ci potrà ricapitare?
Ci avviciniamo timorosi e discretamente lui ci porta in una via traversa alla principale. Pensiamo di averlo infastidito, magari pensa che siamo della stampa scandalistica, ma subito ci presentiamo: cerchiamo di fare i giornalisti e i critici di cinema, siamo studenti e lo stimiamo molto.
Subito iniziaamo a parlare di un po' di tutto: cosa studiamo, cosa facciamo, cosa ci piacerebbe fare, oltre che parlare del Festival di Venezia e del Sundance.
Dopo una decina di minuti a chiacchierare e facciamo qualche foto ricordo insieme a Rooney Mara, coinvolta anche lei in questo episodio ai confini della realtà: invitabile la mia battuta cretina <<Ehi, il mio nome è Mara!>>.
Dopo ciò, ci congediamo, felici di aver parlato con Joaquin, di aver condiviso qualcosa con lui.
Andiamo a vedere il film e ci prepariamo per la conferenza stampa dell'indomani.



Venerdì 27 Aprile.
L'idea di vedere ancora Joaquin ci entusiasma: è chiaro, sarebbe un sogno se si ricordasse di noi, ma non siamo così ingordi. In fondo, già averlo incontrato e aver parlato con lui la sera precedente è stato il massimo che si poteva chiedere.
Al termine della conferenza stampa si va a mangiare un boccone: in quel mentre mi arriva una chiamata da numero sconosciuto. Mi scoccia rispondere, sapendo che si tratterà sicuramente dell'ennesimo call center, ma rispondo comunque.
Mi viene chiesto se sono io uno dei tre giornalisti che la sera precedente hanno parlato con Joaquin, perchè vorrebbe concludere un discorso con noi.
La pizza mi cade dalle mani.
Dall'altra parte del telefono uno degli addetti stampa che si occupa delle attività stampa inerenti al film (che cercava noi tre da una mattina) mi dice <<Puoi contattare gli altri due? Joaquin ci ha detto di cercarvi, vorrebbe parlare con voi. Vi va di venire?>>.
La risposta è scontata: "certo che sì!".
Stupefatti e impanicati, facciamo subito una riunione di emergenza: l'obiettivo è scrivere, in quattro e quattr'otto, delle domande che abbiano un senso.
Ci dirigiamo verso l'hotel, entriamo e ci sediamo. Joaquin ci riceve poco dopo, entusiasta, felice di averci ritrovato.
Probabilmente gli siamo simpatici, ha capito che avevamo e abbiamo qualcosa da dire.
Ma, cosa in particolare, si ricordava il mio nome. Così è bastato fare qualche ricerca et voilà.
Non avessi fatto quella battuta che mi sembrava scema questo articolo non avrebbe modo di esistere e quella piccola porzione dei realtà (per quanto allucinata possa essere) non ci sarebbe mai stata. E l'ufficio stampa non sarebbe mai risalito al sito per cui collaboro (My Red Carpet) e, quindi, a rintracciarmi.
Cominciamo a parlare con Joaquin a ruota libera.
Il suo sguardo è profondo, i suoi occhi sembrano aver visto tutto quello che c’è da vedere, narratori di un’anima saggia e genuina. Una chiacchierata, più che una vera e propria intervista, a cuore e a mente aperta, tra letìzia e malinconia, tra carriera e vita quotidiana.
 
Rendersi conto di quello che è successo è come trovarsi sulla nave di Lancaster Dodd dopo una sbronza e cercare di capire come si è arrivati sin lì.


In che modo un attore come lei riesce a conciliare la persona e l’icona?
 
Quando lavoro, lavoro. La mia vita diventa lavoro e tutto quello che faccio in quel momento gira attorno al quello.
Le persone con cui lavoro diventano miei amici. Ma quando torno a casa, quando torno alla mia vita, porto fuori il cane, gli do da mangiare, pulisco casa. La mia vita torna subito ad essere quella di sempre.
Amo fare film, è molto importante per me ma anche la mia vita personale è importante. A volte credo sia pericoloso mettere il lavoro sopra ogni cosa e dimenticarsi del resto. E vedo che questo accade a diversi attori, che vengono assuefatti dalla loro carriera e la cosa mi spaventa. Certo, la carriera è importante ma non deve interferire con le mie relazioni personali e con la mia famiglia.


Chi è il suo eroe?

Probabilmente mia madre.
È una donna incredibile, quello che fa è fantastico.
Ha 74 anni e gira il mondo per la sua organizzazione. È una persona eccezionale, e cerco di diventare come lei.


Visti i film da lei interpretati, come Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line o il mockumentary I’m Still Here, la musica è un po’ il leitmotiv della sua carriera.
Com’è il suo rapporto con la musica? Suona qualche strumento?

Ho imparato a suonare la chitarra per Quando l’amore brucia l’anima-Walk the line ed è parecchio che non la suono.
È buffo, ci stavo pensando l’altro giorno: non lo so, forse sto invecchiando, ma mi sono rattristato un po’ pensando a quando ero giovane, a quando compravo un cd con i miei amici, mi sedevo lì con loro, e lo ascoltavamo tutti insieme, per tutta la sua durata. Ogni singola canzone.
Adesso mi rendo conto di ascoltare meno musica e quando lo faccio c’è questa sensazione che mi fa dire “Ah sì, cavoli! Ricordo questa sensazione! Adoro la musica!”.
Ma a volte non la stessa cosa di quando ero un ragazzino. Forse perché quando ero piccolo non era semplice ascoltare la musica: all’epoca non era così semplice procurarsela. Venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy, ma si dovevano aspettare mesi per averlo. E ci si precipitava al negozio di dischi.
Però io adoro la musica, tutti i miei fratelli sono musicisti: mia sorella Rain fa parte di diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band della quale non ricordo il nome ma che fino a ieri ha fatto il tutto esaurito; mia sorella Summer è una pianista. Cantavo per strada quando ero ragazzino e , sì, la musica fa davvero parte della mia vita.


Qual è il suo cantante preferito?

Beh, direi che John Lennon è il mio preferito e, cavoli, amo tanto Bowie!

Non le piacciono cose più recenti, tipo le band anni ’90, tipo i Backstreet Boys?
Beh,  c’è qualche canzone che è un po’ impossibile non farsi piacere. Il pop è divertente, ma in certi contesti. Quando ascolto questo genere non mi fa emozionare. Anche se è bello divertirsi e talvolta uscirsene con “Backstreet’s Back, Alright!”


Nei film di James Gray, come I padroni della notte, Two lovers e C’era una volta a New York, i suoi personaggi sembrano dei fantasmi, hanno molti tormenti interiori e sembra che i film li rispecchino.
In che modo ha lavorato con James Gray, come si sono creati gli ambienti ad hoc per costruire i suoi personaggi?

James è una persona che tiene molto ai particolari e a quello che possono dire riguardo i personaggi e le loro esperienze. A volte si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia, per far sì che l’ambente potesse influenzare positivamente l’interpretazione. È qualcosa a cui James tiene molto.


Come sceglie i copioni che le arrivano? Come li seleziona?

Davvero non lo so. Onestamente è qualcosa di istintivo. È come cercare di spiegare quando ci si innamora, è come quando sei con una persona cordiale e gentile e vorresti essere come lei, è come dire “oh sì, questo è ciò che stavo cercando”.
A volte è un sentimento che non si riesce a spiegare. Accade talmente velocemente che non ce se ne rende conto. Se scelgo una sceneggiatura, di solito lo so subito. È questione di chimica.


C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare o reinterpretare? Ce n’è qualcuno al quale è particolarmente affezionato?

A dire il vero, non ho un ruolo dei sogni e di quelli che ho interpretato ognuno mi ha colpito in modo diverso.
Ma è l’esperienza che conta, come quella di lavorare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson. È stata una delle esperienze migliori della mia vita. Li amo molto e lavorare con loro è stato qualcosa di magnifico. Penso a quei momenti, a quando giravamo i film insieme e li trovo fondamentali.


La domanda è banale:  c’è un film che le piace molto?

Ah, non saprei! Ho visto Il Dottor Stranamore un sacco di volte, lo stesso vale per Il Padrino, Toro Scatenato e Fratellastri a 40 anni. Se mi capita di vedere un film lo guardo e non posso fermarmi.
Ci sono film di registi, come Paul, che non si possono non vedere e rivedere. E quella è la cosa più bella: quando un film lascia una sensazione di rimando e quando li rivedi provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che si vede da bambino lo si percepisce in un modo e una volta che lo si rivede da adulto si sviluppa una relazione differente. Ed è bello notare come un film sia in grado di mutare le emozioni e di darne così tante.
 

martedì 1 maggio 2018

Wes Anderson e la stop motion - Il gran ritorno

Da Berlino con furore (e con un Orso d’Argento in mano per la Miglior Regia) è in dirittura d’arrivo il nuovo film di Wes Anderson, L’Isola dei Cani.
Con L’isola dei Cani, il regista texano ritorna alla tecnica della stop motion, a otto anni da Fantastic Mr. Fox.


L’isola dei cani si snoda come una favola, con tante sfaccettature quanto le facce di un cubo di Rubik.
La favola è ambientata nel Giappone del 2037, e racconta l’impresa del dodicenne Atari Kobayashi, che va alla ricerca del suo amato cane. Quando a causa di una contagiosa influenza canina, il governo decide di mandare in esilio tutti i cani di Megasaki City in una vasta discarica chiamata Trash Island, Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume per ritrovare Spots, il suo cane da guardia. Una volta atterrato, con l’aiuto di un branco di nuovi amici, inizia un viaggio che deciderà il futuro dell’intera città.

In questo film, Wes Anderson lavora su una relazione affettiva più vasta se si considerano le sue opere precedenti: le strette relazioni familiari vengono relegate ai margini e l’attenzione si concentra principalmente sulle relazioni uomo-animale e tra gli animali stessi, scrivendo un nuovo capitolo circa il legame cane-essere umano (basti pensare a Il Mago di Oz, Lassie, Frankenweenie).

Le sfumature e la sfaccettature che il regista imprime nell’apparente favola convergono su vari temi: la libertà e la difesa del proprio pensiero, l’amicizia, l’accettare il diverso.
Un film dai tratti gentili, talvolta con la stop motion che fa spazio al disegno animato, ma pronto a farsi feroce, contornato da un’amara ironia.
L’isola dei cani è la ripetizione degli stili Andersoniani evoluti ad un livello superiore. Gli avvenimenti sono semplici e costituiti da diverse sfumature create ad hoc per far sì che il racconto potesse essere agevolmente concatenato sui temi base.
L'articolo integrale è su My Red Carpet

venerdì 20 aprile 2018

Ghost Stories - L'horror che viene dal teatro

Non fatevi ingannare partendo dal presupposto che sia il solito film horror, perché non lo è.
Di Ghost Stories si vorrebbe dire molto ma farlo potrebbe compromettere il film.


Ghost Stories arriva direttamente dall’omonima pièce teatrale inglese.
Ha esordito alla Liverpool Playhouse a febbraio del 2010 e da lì, le rappresentazioni non si sono più fermate, toccando il West End ma anche Toronto, Shanghai, Lima, Sydney e Mosca.
Chi ha realizzato questo spettacolo teatrale e, successivamente il film, sono Andy Nyman e Jeremy Dyson. Il loro scopo è stato quello di dare luogo ad una forma di spettacolo che si basasse sullo stupire, sul sorprendere e spaventare gli spettatori, immergendoli letteralmente in questo contesto.


Ghost Stories racconta la storia del professor Philip Goodman (Andy Newman), conosciuto per essere molto scettico riguardo qualsiasi evento sovrannaturale: conduce un programma televisivo, nel quale smaschera false sedute spiritiche e sedicenti sensitivi.I l professore dovrà mettere alla prova se stesso nel momento in cui gli verrà affidato il compito di indagare su tre casi di attività paranormale.

Ghost Stories è un fenomeno interessante, perché prende i cliché dell’horror, sul quale sembra basarsi, deviando completamente altrove. I jumpscare sono presenti, ma il film si basa su ben altro: inquadrature ed effetti speciali (non da green screen, s’intende) non sono lasciate al caso, ma curate nel minimo dettaglio, così come le atmosfere generate dalla commistione di location, fotografia e sonoro.
Tutto concorre a formare un grande quadro, nel quale lo spettatore s’immerge e si trova impotente ed impaziente di capire cosa realmente stia succedendo.
La regia di Newman e Dyson è di natura marcatamente teatrale: ciò non significa che esso crei una quarta parete nella quale non si possa accedere, anzi. Questa parete è scomparsa, come scomparirà lo scetticismo di chi si approccerà a questo film.
Oltre ad Andy Nyman (regista ed interprete del professore) nel cast figurano Martin Freeman, Paul Whitehouse e Alex Lawther (visto recentemente in The end of F***ing World). Tre attori inglesi con lo stesso talento, alla prova con il genere horror, regalando interpretazioni ricche di british & black humor e di drammaticità.


Trovate l'articolo completo su My Red Carpet.

giovedì 19 aprile 2018

David Cronenberg: a lui il Leone d'oro alla carriera!

È stato attribuito a David Cronenberg il Leone d’Oro alla carriera per un regista della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (29 agosto – 8 settembre 2018).

La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, che ha fatto propria la proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera. 
Lo stesso direttore ha dichiarato: “Benché in origine Cronenberg sia stato relegato nei territori marginali del genere horror, sin dai suoi primi film scandalosamente sovversivi il regista ha mostrato di voler condurre i suoi spettatori ben al di là del cinema di exploitation, costruendo film dopo film un edificio originale e personalissimo. Ruotando intorno all’inscindibile relazione di corpo, sesso e morte, il suo universo è popolato di deformità grottesche e allucinanti accoppiamenti, nel cui orrore si riflette la paura per le mutazioni indotte nei corpi dalla scienza e dalla tecnologia, la malattia e il decadimento fisico, il conflitto irrisolto fra lo spirito e la carne. La violenza, la trasgressione sessuale, la confusione di reale e virtuale, il ruolo deformante dell’immagine nella società contemporanea, sono alcuni dei temi ricorrenti, che contribuiscono a fare di lui uno dei cineasti più audaci e stimolanti di sempre, un instancabile innovatore di forme e linguaggi”.



La fama di David Cronenberg è quella di un vero autore, saldamente stabilita da un corpo di opere particolarmente personale, che include: Il demone sotto la pelle (1975), Rabid – Sete di sangue (1977), Veloci di mestiere (1979), Brood – La covata malefica (1979), Scanners (1981), Videodrome (1983), La zona morta (1983), La mosca (1986), Inseparabili (1988), Il pasto nudo (1991), M. Butterfly (1993), Crash (1996), eXistenZ (1999), Spider (2002), A History of Violence (2005), La promessa dell’assassino (2007), A Dangerous Method (2011), Cosmopolis (2012) e Maps to the Stars (2014).
Nel 1991, con Il pasto nudo, Cronenberg è stato in Concorso al Festival di Berlino, dove nel 1999 ha vinto l’Orso d’argento con eXistenZ.
I film di Cronenberg Crash, Spider, A History of Violence, Cosmopolis e Maps to the Stars sono stati in gara per la Palma d’oro a Cannes, dove nel 1996 Crash ha vinto il Premio speciale della Giuria. Nel 2011, A Dangerous Method  è stato in Concorso alla Mostra di Venezia.
Spesso definito uno dei più grandi e influenti registi al mondo, Cronenberg ha guadagnato coi suoi film l’elogio e l’apprezzamento della critica internazionale. Nel 1999 ha presieduto la Giuria del Festival di Cannes, dove nel 2006 è stato premiato col riconoscimento alla carriera, la Carrozza d’oro.
Nel complesso, i suoi film sono stati nominati a sette Golden Globe e quattro Oscar. Cronenberg ha ricevuto nomination ai BAFTA e ai César per A History of Violence e La promessa dell’assassino. Ha ottenuto premi al Festival di Toronto, al Directors Guild of Canada e ai Canada Genie’s Awards.
Il corto di Cronenberg At the Suicide of the Last Jew in the World in the Last Cinema in the World, interpretato anche da lui stesso, è stato realizzato nel 2006 per la serie di film Chacun son cinéma che hanno celebrato il 60° anniversario del Festival di Cannes.
Altre speciali commissioni includono Camera (2000), realizzato per il 25° anniversario del Festival di Toronto, e The Nest (2013), come parte della mostra e della retrospettiva David Cronenberg Evolution del Festival di Toronto.
Nel 2006 Cronenberg è stato guest curator all’Art Gallery di Ontario per la mostra Andy Warhol/Supernova: Stars, Deaths and Disasters, 1962-1964. Cronenberg ha realizzato l’innovativa colonna sonora di un’audioguida, con commenti di molti contemporanei di Warhol. Poi, uscendo dal mondo del cinema, Cronenberg nel 2008 ha trasposto per il palcoscenico La mosca, per il Théâtre de Châtelet e per l’Opera di Los Angeles. Rivolgendosi alla letteratura, ha debuttato nel 2014 col suo primo romanzo, Consumed. Questo lavoro creativo e inquietante è stato adattato per il palcoscenico dal Teatro di Brema nel 2015 e attualmente sta per essere sviluppato per la televisione.
Il riconoscimento del contributo di Cronenberg al mondo dell’arte e della cultura include la sua nomina a Officer dell’Ordine del Canada nel 2003, a Companion dell’ordine del Canada nel 2014, all’investitura nell’Ordine delle arti e delle lettere di Francia nel 1990 e alla Legione d’onore nel 2009. Cronenberg è stato inoltre insignito del riconoscimento di Fellow del British Film Institute nel 2011.



Fonte: La Biennale