sabato 21 maggio 2016

X-Men: Apocalisse - Un inno ai diversi

Di Matteo Marescalco


Il 2016 è stato, finora, l’anno di due epici scontri: quello tra Batman e Superman, nell’ambito dell’Universo DC, e quello tra Iron Man e Captain America nel Marvel Cinematic Universe.
Persino i supereroi si scontrano tra loro, in preda ad idiosincrasie che ne svelano i tratti più fragili, quelli più umani.
Ma chi sono questi superuomini che, dall’alto dei cieli, proteggono l’umanità? Da dove deriva il loro potere? E, soprattutto, quanto è legittimo?
Che, più o meno, tutti i film con supereroi come protagonisti siano una sorta di inno all’accettazione della diversità è abbastanza palese. Negli ultimi anni, Man of Steel di Zack Snyder ha insistito molto su questo aspetto, ponendo particolare attenzione sulle difficoltà incontrate dal giovane Clark Kent, esortato dalla madre a ricercare quella che sembra somigliare alla solitudine in pubblico stanislavskijana. Bruce Wayne è uno degli uomini più ricchi sul pianeta; tale caratteristica, tuttavia, non lo salva dalla solitudine della sua vita. Anche lui è un freak, un uomo ai margini. Un vero uomo però, a differenza di Clark Kent, Cristo adottato dalla Terra.

Ma gli X-Men chi sono?
Si tratta di supereroi mutanti protagonisti degli omonimi fumetti della Marvel.
Temi centrali della serie cinematografica dedicata a questi mutanti e che risente fortemente delle atmosfere degli anni ’60 e ’70 negli USA, sono l’odio razziale, la paura della diversità e la discriminazione.
In tal senso, nel carnevale di colori e di esplosioni che è quest’ultimo episodio, una scena ha particolarmente colpito chi vi scrive. Mystica, durante le sue ricerche di mutanti da assoldare nel gruppo del Professor X, si imbatte in diverse arene, tra la Polonia e la Germania dell’Est, all’interno delle quali queste creature sono costrette a combattere tra loro, per soddisfare il piacere degli esseri umani che scommettono sulla vittoria di una piuttosto che di un’altra.
La somiglianza ad una sequenza di A.I. Intelligenza Artificiale è notevole. Nel film di Steven Spielberg, i robot (i diversi) sono costretti a combattere tra loro all’interno di una gigantesca arena. Al termine di questi giochi distopici tra gladiatori post-punk, la rottamazione dei robot dà al pubblico urlante grande soddisfazione. E cos’altro era A.I. se non una fiaba sui diversi e sulla nostra difficoltà ad accettarli? Una rivisitazione di Pinocchio in chiave futuristica, in cui il desiderio del robot/pezzo di legno/mutante di diventare umano/normale si scontra con gli insulti da parte degli esseri umani.
Per tali ragioni, è insufficiente etichettare i film sui supereroi come meri giocattoloni da consumare come fossero merce da fast-food. Negli ultimi anni, è impressionante il numero di blockbuster hollywoodiani che si diletta con nozioni basilari di filosofia o che, comunque, porta avanti interessanti riflessioni sull’identità e sulla natura umana, all’interno di un racconto di genere mainstream rivolto, per l’appunto, al grande pubblico.
 
Quest’ultimo episodio della trilogia prequel sugli X-Men, probabilmente, soffre di una certa stanchezza a livello drammaturgico, trasformando una trovata del precedente episodio (Giorni di un futuro passato) in un’altra folgorante sequenza che, tuttavia, alla lunga, rischia di annoiare oltremodo.
Di particolare interesse è la riflessione sull’uso contemporaneo dei media e sulle modalità attraverso cui le tecnologie digitali assorbono quelle analogiche, mutandone l’esoscheletro, pur mantenendone invariata l’ossatura.
In definitiva, questo ultimo film di Bryan Singer non brilla per originalità o inventiva ma sa, senza dubbio, come sfruttare il già visto a proprio vantaggio. Trasformandolo in grande intrattenimento.

mercoledì 18 maggio 2016

The Nice Guys - Un film da montagne russe

Di Egidio Matinata

 
The Nice Guys è un film divertentissimo; una cosa molto banale da dire, ma è certamente un giudizio vero e sincero (e spesso il vero e il banale coincidono).
Si esce dal cinema con il sorriso in volto dopo essere stati sballottati sulle montagne russe per quasi due ore e si avrebbe voglia di continuare a seguire le avventure dei personaggi che sono appena abbandonati.
 
La strana coppia di protagonisti che guida questa folle carovana è composta da Jackson Healy (Russell Crowe), picchiatore su commissione, e Holland March (Ryan Gosling), un goffo detective privato.
Si ritrovano nella Los Angeles degli anni ’70 (libertina, stravagante decisamente trendy, ma anche “marcia, dove lo smog ricopriva tutto come una crosta, e in cui Hollywood Boulevard era diventata un letamaio di pornografia”) per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero collegate, ma che in realtà nascondono una cospirazione molto più grande di quanto possano pensare.
Rispetto a quanto si potrebbe pensare, il film si appoggia certamente sulle spalle dei suoi due ottimi interpreti, ma prima ancora è una sorta di reinterpretazione/rilettura/parodia della letteratura hard-boiled e del cinema noir e poliziesco.
Volendo, si potrebbe dire che il film di Shane Black è un coktail di Ellroy (anche se effettivamente non si tratta di uno scrittore hard-boiled) e Il Grande Lebowsky, il tutto agitato nello shaker del Buddy movie.
Nella struttura si avvicina molto (ma senza aderirvi mai fino in fondo) al poliziesco e al noir, lasciando allo spettatore la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto all’evoluzione della storia e rispetto a ciò che sanno (o pensano di sapere) i protagonisti. Così, man mano che la trama si dipana, gli indizi vanno al loro posto e i casi iniziano ad assumere una forma e una logica; così iniziamo a conoscere sempre di più il passato, i dettagli e le sfumature dei protagonisti.
 
Merito di Black e del suo co-sceneggiatore Anthony Bagarozzi è anche quello di impostare l’azione (non intesa come scene d’azione) tanto sul piano verbale, quanto su quello fisico; il relazionarsi di Healy e March, sia tra loro che con gli altri personaggi, è efficace nei dialoghi ma anche nei momenti di scontro fisico, in cui sentiamo ogni tonfo, ogni scontro e ogni colpo, a volte anche eccessivamente (alla Bud Spencer e Terence Hill).
Ma questo eccedere non da mai fastidio, anche se il registro del film non è improntato esclusivamente nell’andare sopra le righe; c’è anche una vena drammatica, molto lieve e ben calibrata che agisce sullo sfondo.
The Nice Guys è grande cinema di intrattenimento, leggero e divertente, ma solo all’apparenza senza pretese. Nel cast spicca la bravissima e giovanissima Angourie Rice (si, a volte sugli attori bambini si prendono abbagli enormi, ma in questo caso è davvero impossibile non vederne la bravura), oltre a Crowe e Gosling, coppia inedita di eroi fuori dagli schemi e anche maledettamente idioti, che, come in tutte le grandi storie, cambiano rimanendo sostanzialmente gli stessi, in un’avventura ironica, assurda e spensierata.

lunedì 9 maggio 2016

Inferno - Il teaser trailer del terzo film con Robert Langdon!

 
 
L'arrivo al cinema è previsto solo per il 13 ottobre di quest'anno, ma già gli animi si stanno scaldando.
E' già online il primo teaser trailer di Inferno, terzo film diretto da Ron Howard e basato sull'omonimo libro di Dan Brown.
Dopo aver balzato Il simbolo perduto per motivi ancora non del tutto chiari, Inferno si preannuncia già un film dal gran incasso sicuro, dopo i 758 milioni di dollari del Il Codice da Vinci (2006) e i quasi 486 milioni di Angeli e Demoni (2009).
Questa volta lo sviluppo della vicenda, che ha alla base il tema del sovrappopolamento mondiale e che s'intreccia su percorsi e vie dantesche, sugli sfondi di Firenze, Venezia ed Istanbul, richiama ancora protagonista l'instancabile professore di Harvard, Robert Langdon.

Diretto da Ron Howard, reduce dal gran successo del recente Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick, il film vede la sceneggiatura di David Koepp (che aveva già sceneggiato Angeli e Demoni), le musiche inconfondibili di Hans Zimmer (alla terza collaborazione dopo Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni), e il cast composto da Tom Hanks, Felicity Jones, Omar Sy, Ben Foster, Irrfan Khan e Sidse Babett Knudsen.
 
 

mercoledì 27 aprile 2016

Sam Mendes Presidente di Giuria a Venezia 73!

Una notizia tanto sorprendente quanto inaspettata!
Senza troppe chiacchere il consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, ha deciso di commissionare la presidenza della Giuria Internazionale del Concorso della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (31 agosto - 10 settembre 2016) al regista Sam Mendes, su proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera.
 
 
Nella serata di chiusura al Festival (il prossimo 10 settembre) la Giuria Internazionale presieduta da Mendes e composta da 9 personalità del cinema e della cultura di differenti paesi, avrà il compito di assegnare ai lungometraggi in Concorso, gli 8 premi ufficiali:
 
 − Leone d'Oro per il miglior film
 − Gran Premio della Giuria
 − Premio per la migliore regia
 − Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile
 − Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile
 − Premio per la migliore sceneggiatura
 − Premio Speciale della Giuria
 − Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore/attrice emergente
 
Nato come regista teatrale, il suo debutto al cinema avvenne con American Beauty (1999) che gli procurò un Oscar al Miglior Attore l'anno successivo (oltre a vincere anche come Miglior Film, Miglior Attore a Kevin Spacey, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Fotografia).
Dopo American Beauty ha diretto Era mio padre (2002), con Tom Hanks, Jude Law e Paul Newman, presentato nello stesso anno proprio alla Mostra lagunare, Jarhead (2005), con Jake Gyllenhaal e Jamie Foxx, Revolutionary Road (2008) con il quale ha riunito sullo schermo la coppia Kate Winslet-Leonardo DiCaprio, American Life (2009), con John Krasinski e Maya Rudolph.
Tutto ciò senza dimenticare gli ultimi due capitoli della saga di James Bond: Skyfall (2012) e Spectre (2015).
 
Ma Sam Mendes è anche un apprezzatissimo regista teatrale: fondatore e direttore artistico per una decina d'anni del Donmar Warehouse nel cuore di Londra (e ad oggi uno dei principali teatri londinesi e mondiali), oltre a lavorare in vesti di regia per la Royal Shakespeare Company ed il National Theatre, nel 2009 ha fondato il Bridge Project.
Nella sua carriera teatrale ha vinto tre Oliver Awards, tre Tony Awards, tre Critics'Choice Awards e un Bafta, oltre ad altri numerosi premi.
Oltre che regista è anche produttore sia di film che di serie tv, tra cui Penny Dreadful.
 
Fonte: La Biennale

domenica 27 marzo 2016

Batman vs Superman - Il film d'orchestra della Dc Comics

Quando compaiono sullo schermo, e nelle nostre vite, film come Batman vs Superman, bisogna un attimo dotarsi delle capacità di scissione e, al contempo, di visione d’insieme.
Come il mondo Marvel ci ha insegnato, i film dedicati ai crossover e alla dimensione orchestrale prima o poi devono arrivare e finalmente (o forse no) è giunto il momento per la Dc Comics si passare a questo gradino successivo.
Ma se è pur vero che la Marvel ci ha abituati a un’orchestra che sfrutta ogni tipo di contesto per esprimere al meglio l’entità dei superpoteri, Batman vs Superman non è di questo avviso: il concerto che ne esce è composto solo dagli esiti che tutti gli strumenti e gli assoli previsti nella partitura sprigionano.

In un film come questo, i singoli membri devono essere ben costruiti per far si che la visione d’insieme possa essere adeguata sia alla vicenda che all’aspettativa (che inevitabilmente si crea).
Ma se per Superman le premesse caratteriali e stilistiche erano già state poste con L’Uomo d’Acciaio, l’impossibilità di citare e ripescare pezzi del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan (per ovvi motivi, visto che la sua trilogia è a circuito chiuso) ha reso necessario rigettare quelle basi, già viste più volte, per dare vita ad un uomo-pipistrello più maturo, più impotente, più drammatico e con più rabbia e vendetta che sangue nelle vene.
La ripresa di Man of Steel era comunque obbligatoria per riunire il tutto sotto uno stesso contesto; questa volta, però, lo scontro Clark Kent/generale Zod è posto dal punto di vista delle vittime/dei salvati. Una via che, bene o male, verrà sempre perseguita per tutto il film (perché non dimentichiamoci che i nostri supereroi sotto vittime anche loro).
La carne che Zack Snyder mette al fuoco, è veramente tanta. Due ore e mezza risultano essere forse troppe se si segue la pista dell'irosità di Wayne e delle quasi messa in croce di x-meniana memoria di Superman, ma diventano davvero poche, quasi irrisorie, se si vogliono prendere ad uno ad uno tutti gli ingredienti che sono stati usati per questo minestrone.

Batman vs Superman è quel film che cerca di narrare e di far vedere di tutto un po’, sbagliando la durata di ogni singolo frangente.
Il dramma è cercato ma poco coltivato, la storia d’amore tra Clark e Lois (Amy Adams) viene mollata e ripresa più volte (risultando anche un attimino fastidiosa), Diana Prince (Gal Gadot) è più presentata come una bella figliola che come la Wonder Woman trasformista e dalle mille peculiarità, che compare quasi per caso nelle sue vesti metalliche, e saltella un po’ ovunque (e che manca, quindi, di adeguata introduzione).
Tuttavia gli argomenti che emergono di più dal lavoro di Snyder & staff/cast, sono essenzialmente due: l’importanza dei genitori e di una famiglia che ti sostenga alle spalle e del ruolo sociale, culturale e mistico che dir si voglia, che viene valutato (e rivalutato a seconda dei contesti che si potrebbero creare) in base a quel/quei superuomo/ini che appartengono alle diverse epoche.
E in questo futuro post-apocalittico, le riflessioni vengono poste da due frangenti: il gruppo della società, che di riffa o di raffa si ritrova a seguire i timonieri della stampa e del governo, ed il sempre più ricco e solitario Bruce Wayne.
Le riflessioni sono direttamente provenienti da L’Uomo d’Acciaio e dalla figura pseudo-messianica di Superman, uomo dell’altro mondo che, un po’ involontariamente, si pone come nocchiere di quella nave in tempesta che Dante citava nella sua Divina Commedia.

 Ma questo divin-capitano non sa che non può (e non deve) permettersi di fare errori, pena rivalutazione sociale e culturale di cui sopra.
E allora da semidio si appresta a diventare martire dei suoi affetti più cari, soggetto di un referendum politico, popolare ed individuale che ricorda gli x-men dei primi tempi, ma di forma più mitologica; profanando un po’, ne Il Codice da Vinci si diceva (in ben altro contesto) “Chi è Dio? Chi è uomo? Quanta gente è stata ammazzata per questa domanda?”; ma la domanda che ci si pone è anche se questo nocchiere-salva-equipaggio lo si voglia davvero e se sia così necessario che ci sia.

 E allora lo scontro diventa tra potenza terrena e celeste, tra Gotham e Metropolis, tra superpoteri ed equipaggiamenti, tra vendetta e sofferenza, tra un costume-fortezza, cupo come chi lo indossa e la leggerezza di colui che va incontro al suo destino.
In tutto questo caos che non riesce a dare una caratteristica emozionale e coinvolgente importante, il Superman di Henry Cavill è molto più definito e convincente di quello che era in Man of Steel, mentre Ben Affleck è riuscito a dare al suo volto attoriale (che sta dando una svolta, paradossalmente, sono negli ultimi anni, tra cui il riuscitissimo Gone Girl) quel taglio drammatico e rancoroso che forse nessun Batman prima di lui aveva posseduto (salvo il fatto che il fardello lasciato da Christian Bale è davvero importante).
La mezza punta di merito va a Jesse Eisenberg, nei panni del psicopatico Lex Luthor. La punta è smezzata per il solo fatto che il suo personaggio sia stato scritto proprio maluccio; una sorta di Joker che gioca a poker e cerca di calare i suoi assi più importanti, equivalendosi, da solo, come un semidio pseudo-nerd.
L’esasperazione di Eisenberg è, forse, quasi estrema; ma la sua è una bravura trasformista e, stando un po’ a tutti i fatti, ci si potrebbe pure passare anche sopra.

 La spessa nota di demerito va alla CGI di Doomsday, che pare riciclato da mille altri film (Il Signore degli Anelli e Avengers: Age of Ultron, per citarne un paio) e che sembrano davvero tutti uguali.
Infine ottima e di gran effetto la colonna sonora del sempre eccelso Hans Zimmer.
Tutto sommato un film che tenderà, ovviamente a dividere e contrapporre, ma che pone le basi per quello che sembra un succulento Justice League Parte 1, che dovrebbe uscire a fine 2017.

domenica 13 marzo 2016

La Corte - L'amore mai sopito

Di Matteo Marescalco
 
 
La scorsa mattina, a Roma, Fabrice Luchini ha presentato La corte, film già proiettato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia che, tra l'altro, gli è valso il premio Coppa Volpi come Miglior Attore.

Il prodotto di Christian Vincent (con cui Luchini torna a lavorare 25 anni dopo La timida) dimostra che, nell'epoca dell'ubiquità digitale, è ancora possibile che la regia sia assolutamente asservita alla sceneggiatura ed alla drammaturgia degli eventi.
 
 
La storia è semplice. Ne è protagonista Michel Racine (nomen omen), temuto Presidente di una Corte d'Assise, alle prese con un caso di infanticidio. La naturale freddezza del giudice viene sconvolta dalla presenza, in giuria, dell'unica donna che Racine abbia mai amato, quasi in segreto. Riuscirà questo tiepido raggio di sole a sciogliere il glaciale giudice?
 
Dopo un inizio di conferenza sotto le righe, Fabrice Luchini ha tirato fuori tutto il suo istrionismo, trasformando la sua noia per l'evento in divertimento per i giornalisti presenti in sala, variando da Nanni Moretti, incontrato la sera prima («Veste come un professore degli anni '80»), alla dittatura mediatica berlusconiana, e ancora dalla situazione del cinema francese contemporaneo fino ad ipotetiche lezioni di eloquenza da impartire a Hollande.
L'attore è un fiume in piena e, tornando serio, si sofferma anche sull'umorismo: «Siamo ormai schiacciati ed imprigionati dall'umorismo. Tutti ormai ridono e devono fare ridere. Il vero humor è rottura degli equilibri. Oggi, invece, è istituzionalizzato, controllato. E quando l'umorismo è sotto controllo genera una risata meccanica e triste. L'umorismo è diventata una pratica per piccoli borghesi mediocri e la sua carica trasgressiva non esiste più.».


Luchini indossa una sciarpa rossa, la stessa che porta sempre con sé Racine, il protagonista de La corte, l'unica nota di colore che concede alla propria vita austera, illuminazione cromatica che lascia presagire l'incontro con la donna amata e che getta un velo di speranza sul suo futuro affettivo. Ma, più che un giudice, Racine è un attore e l'aula giudiziaria è il suo palcoscenico.
A tal proposito, ha detto il regista: «Ho scoperto che la corte è un po' come un teatro, con il pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C'è un ordine prestabilito. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito.».
 
Colpisce del film l'attenzione riservata alla trattazione dei dettagli e degli sguardi magnetici dei personaggi che svelano rapporti inaspettati. «Angoscia umana, poetici voli della fantasia, lunghi momenti di noia, fugaci momenti di familiarità, rivali in campo ai ferri corti, bugie, verità che si contraddicono l'un l'altra e tante domande che rimangono senza risposta». Dopo la presentazione della situazione e la successiva costruzione della tensione, si raggiunge il vertice della tensione e l'inaspettato coup de theatre, tanto amato da Racine. La situazione è capovolta, prestandosi a differenti chiavi di lettura. E la macchina da presa provvede ad intrecciare detection e sottotrama sentimentale, trasformando il processo in una sorta di (auto-) analisi del personaggio principale e del meccanismo filmico, che mette in scena se stesso.
Oltre ad essere un attore, il primattore, Racine è anche il direttore d'orchestra, il metteur en scene. Che ha, tuttavia, perso le coordinate della propria esistenza sentimentale.
 

«How's it going to end?» recitava la spilletta indossata dall'unica donna che il protagonista di The Truman Show avesse mai amato. Come andrà a finire il processo? Verrà individuato il vero colpevole? «Non importa che la verità venga raggiunta o meno. Ciò che conta è far si che la giustizia venga applicata» precisa un fin troppo freddo e pragmatico Racine. Il giudice rivedrà le sue affermazioni?Al di là di un racconto magistralmente portato in scena dagli interpreti, oltre le parole su cui è innestato il cinema classico, risiede l'immagine, un delicato movimento di macchina che svela un'emozione. Uno sguardo puro e cristallino.

lunedì 29 febbraio 2016

Oscar 2016 - Tutti i vincitori dell'88° edizione!

 
Vittorie con il botto agli Oscar 2016!
In questa 88° edizione degli Academy Awards, presentata dopo undici anni, ancora da Chris Rock, le conferme e le sorprese sono state tante.
In un edizione verbalmente prolissa dove non si è fatto altro che parlare della presunta idea di razzismo dell'Academy, accentuata fino all'esasperazione, dove non c'è stato spazio per performance o tributi, dove le esibizioni dei cantanti in lista per la miglior canzone sono state troncate, facendo rimpiangere la presentazione di Neil Patrick Harris dello scorso anno, e trattando la cerimonia come se fosse un concorso di premiazione della miglior mortadella (con tutto il rispetto per il salume), alla fine quasi tutti sono stati accontentati.
Mad Max: Fury Road del settantenne George Miller domina con ben 6 vittorie (solo in ambito tecnico), The Revenant - Redivivo porta a casa 3 statuette (Miglior Film, Miglior Regia e soprattutto Miglior Attore a Leonardo DiCaprio) mentre Spotlight arriva a quota due, aggiudicandosi la Miglior Sceneggiatura Originale e il Miglior Film.
Fatti da sottolineare? Bè Inarritu vince per il secondo anno di seguito il premio per il Miglior Film, e quindi per il terzo anno consecutivo vince un messicano in questa categoria.
Sempre per il terzo anno di seguito vince come Miglior Film una pellicola presentata in anteprima mondiale al Festival di Venezia.
Tornando a noi, vince come Miglior Attrice Protagonista la bravissima e meritevole Brie Larson (Room); gli stessi aggettivi sono validi per la vittoria della svedese Alicia Vikander, come Miglior Attrice non Protagonista, per The Danish Girl (anch'esso presentato in anteprima mondiale a Venezia). Come Miglior Attore non Protagonista vince invece Mark Rylance (Il Ponte delle Spie) a discapito del favoritissimo Stallone.
Vince Sam Smith come Miglior Canzone per Spectre (a discapito di una coinvolgente Lady Gaga) ma soprattutto vince il nostro Ennio Morricone (The Hateful Eight), che accompagnato dal figlio, dedica il premio alla sua musa, la cara moglie (con lo strano ma piacevole effetto di sentire dei ringraziamenti in italiano, portandoci indietro nel tempo, e facendoci commuovere come dei piccini).
All'età di 87 anni Morricone, emozionato come un fanciullo, vince quel premio che avrebbe dovuto avere in mano, magari in forma duplice, da svariati anni se non decadi; ma se Tarantino non gli avesse spolpato l'anima forse non saremmo qui a parlarne.
Il nostro paese ha avuto riconferma di come siamo provvisti di orgogli e talenti che devono essere allevati al meglio, avendo la massima cura per le conferme di orgoglio e bravura come del maestro Ennio, da quali trarre insegnamento.
Ma il mondo non sarà più lo stesso: ora che DiCaprio ha vinto il suo strameritato Oscar, che ne sarà di noi? Di che parleremo? Per grazia ricevuta o meno, internet non sarà più lo stesso da ora in poi.
 


Tutte le vittorie le potete trovare nel sottostante elenco.


Miglior Film

The Revenant – Redivivo - Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent and Keith Redmon, Producers
The Martian - Simon Kinberg, Ridley Scott, Michael Schaefer and Mark Huffam, Producers
Room - Ed Guiney, Producer
La grande scommessa - Brad Pitt, Dede Gardner and Jeremy Kleiner, Producers
Brooklyn - Finola Dwyer and Amanda Posey, Producers
Mad Max: Fury Road - Doug Mitchell and George Miller, Producers
Il caso Spotlight - Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin and Blye Pagon Faust, Producers
Il ponte delle Spie - Steven Spielberg, Marc Platt and Kristie Macosko Krieger, Producers


Miglior Regista

Alejandro Gonzales Inarritu – The Revenant
Adam McKay – La Grande Scommessa
George Miller – Mad Max: Fury Road
Lenny Abramson – Room
Tom McCarthy – Il caso Spotlight


Miglior Attore Protagonista

Leonardo DiCaprio – The Revenant
Bryan Cranston - Trumbo
Matt Damon – The Martian
Eddie Redmayne – The Danish Girl
Michael Fassbender – Steve Jobs


Miglior Attrice Protagonista

Brie Larson - Room
Saoirse Ronan - Brooklyn
Cate Blanchett - Carol
Charlotte Rampling - 45 Anni
Jennifer Lawrence - Joy


Miglior Attore non Protagonista

Christian Bale - La grande scommessa
Tom Hardy – The Revenant
Mark Rylance - Il ponte delle spie
Mark Ruffalo - Spotlight
Sylvester Stallone – Creed


Miglior Attrice non Protagonista

Kate Winslet – Steve Jobs
Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
Rooney Mara - Carol
Alicia Vikander – The Danish Girl
Rachel McAdams – Il caso Spotlight


Miglior Film di Animazione

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson e Rosa Tran
Inside Out - Pete Docter e Jonas Rivera
Shaun, Vita da Pecora: il film - Mark Burton e Richard Starzak
Boy and the World - Alê Abreu
Quando c’era Marnie - Hiromasa Yonebayashi e Yoshiaki Nishimura


Miglior Film Straniero

El abrazo del serpiente (Colombia)
Mustang (Francia)
Il figlio di Saul (Ungheria)
Theeh (Giordania)
A War (Danimarca)


Miglior Fotografia

Emmanuel Lubezki – The Revenant
Ed Lachman – Carol
Robert Richardson – The Hateful Eight
John Seale - Mad Max: Fury Road
Roger Deakins - Sicario


Miglior Sceneggiatura Originale

Il ponte delle spie - Matt Charman e Ethan Coen & Joel Coen
Ex Machina - Alex Garland
Inside Out - Pete Docter, Meg LeFauve, Josh Cooley; storia originale di Pete Docter, Ronnie del Carmen
Spotlight - Josh Singer & Tom McCarthy
Straight Outta Compton - Jonathan Herman and Andrea Berloff; Story by S. Leigh Savidge & Alan Wenkus e Andrea Berloff


Miglior Sceneggiatura non Originale

La grande scommessa - Charles Randolph e Adam McKay
Brooklyn - Nick Hornby
Carol - Phyllis Nagy
The Martian - Drew Goddard
Room - Emma Donoghue


Miglior Colonna Sonora

Thomas Newman – Il ponte delle Spie
Jóhann Jóhannsson - Sicario
Carter Burwell – Carol
Ennio Morricone – The Hateful Eight
John Williams – Star Wars: il risveglio della forza


Miglior Sonoro

Andy Nelson, Gary Rydstrom e Drew Kunin - Il ponte delle spie
Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road
Paul Massey, Mark Taylor e Mac Ruth - The Martian
Jon Taylor, Frank A. Montaño, Randy Thom e Chris Duesterdiek - The Revenant
Andy Nelson, Christopher Scarabosio e Stuart Wilson - Star Wars: il Risveglio della Forza


Miglior Montaggio Sonoro

Mark Mangini e David White - Mad Max: Fury Road
Oliver Tarney - Sopravvissuto - The Martian
 Martin Hernandez e Lon Bender - The Revenant
Alan Robert Murray - Sicario
Matthew Wood e David Acord - Star Wars: il risveglio della Forza

Miglior Canzone Originale

"Earned It" - 50 Sfumature di Grigio – Testo e musica di Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio
"Manta Ray" - Racing Extinction – musica di J. Ralph, testo di Antony Hegarty
"Simple Song #3" - Youth – Musica e testo di David Lang
"Til It Happens To You" - The Hunting Ground – Musica e testo di Diane Warren e Lady Gaga
"Writing's On the Wall" - Spectre – Musica e testo di Jimmy Napes e Sam Smith


Miglior Scenografia

Adam Stockhausen, Rena DeAngelo e Bernhard Henrich - Il ponte delle spie
Eve Stewart e Michael Standish- The Danish Girl
Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road
Arthur Max e Celia Bobak - Sopravvissuto - The Martian
Jack Fisk e Hamish Purdy - The Revenant


Miglior Costume

Sandy Powell - Cenerentola
Paco Delgado - The Danish Girl
Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
Jacqueline West - The Revenant
Sandy Powell - Carol


Miglior Trucco ed Acconciature

Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
Love Larson eEva von Bahr - The 100-Year-Old Man Who Climbed out the Window and Disappeared
Siân Grigg, Duncan Jarman e Robert Pandini - The Revenant


Miglior Montaggio

Hank Corwin - La grande scommessa
Margaret Sixel - Mad Max Fury Road
Stephen Mirrione - The Revenant
Tom McArdle - Spotlight
Maryann Brandon e Mary Jo Markey - Star Wars: il risveglio della Forza


Migliori Effetti Speciali

Andrew Whitehurst, Paul Norris, Mark Ardington e Sara Bennett - Ex Machina
Andrew Jackson, Tom Wood, Dan Oliver e Andy Williams - Mad Max: Fury Road
Rich McBride, Matthew Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer - The Revenant
Richard Stammers, Anders Langlands, Chris Lawrence e Steven Warner - The Martian
Roger Guyett, Patrick Tubach, Neal Scanlan e Chris Corbould - Star Wars: Il Risveglio della Forza


Miglior Documentario

Amy - Asif Kapadia e James Gay-Rees
Cartel Land - Matthew Heineman e Tom Yellin
What Happened, Miss Simone? - Liz Garbus, Amy Hobby e Justin Wilkes
The look of Silence - Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom - Evgeny Afineevsky e Den Tolmor


Miglior Cortometraggio Documentario

A girl in the river: The price of forgiveness - Sharmeen Obaid-Chinoy
Bosy Team 12 - David Darg e Bryn Mooser
Chau, beyond the lines - Courtney Marsh e Jerry Franck
Claude Lanzmann: spectres of the shoah - Adam Benzine
Last day of freedom - Dee Hibbert-Jones e Nomi Talisman


Miglior Cortometraggio

Ave Maria -Basil Khalil and Eric Dupont
Day One - Henry Hughes
Everything Will Be Okay (Alles Wird Gut) - Patrick Vollrath
Shok - Jamie Donoughue
Stutterer - Benjamin Cleary and Serena Armitage


Miglior Cortometraggio di Animazione

Bear Story - Gabriel Osorio and Pato Escala
Prologue - Richard Williams and Imogen Sutton
Sanjay's Super Team - Sanjay Patel and Nicole Grindle
We Can't Live without Cosmos - Konstantin Bronzit
World of Tomorrow - Don Hertzfeldt