lunedì 9 maggio 2016

Inferno - Il teaser trailer del terzo film con Robert Langdon!

 
 
L'arrivo al cinema è previsto solo per il 13 ottobre di quest'anno, ma già gli animi si stanno scaldando.
E' già online il primo teaser trailer di Inferno, terzo film diretto da Ron Howard e basato sull'omonimo libro di Dan Brown.
Dopo aver balzato Il simbolo perduto per motivi ancora non del tutto chiari, Inferno si preannuncia già un film dal gran incasso sicuro, dopo i 758 milioni di dollari del Il Codice da Vinci (2006) e i quasi 486 milioni di Angeli e Demoni (2009).
Questa volta lo sviluppo della vicenda, che ha alla base il tema del sovrappopolamento mondiale e che s'intreccia su percorsi e vie dantesche, sugli sfondi di Firenze, Venezia ed Istanbul, richiama ancora protagonista l'instancabile professore di Harvard, Robert Langdon.

Diretto da Ron Howard, reduce dal gran successo del recente Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick, il film vede la sceneggiatura di David Koepp (che aveva già sceneggiato Angeli e Demoni), le musiche inconfondibili di Hans Zimmer (alla terza collaborazione dopo Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni), e il cast composto da Tom Hanks, Felicity Jones, Omar Sy, Ben Foster, Irrfan Khan e Sidse Babett Knudsen.
 
 

mercoledì 27 aprile 2016

Sam Mendes Presidente di Giuria a Venezia 73!

Una notizia tanto sorprendente quanto inaspettata!
Senza troppe chiacchere il consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, ha deciso di commissionare la presidenza della Giuria Internazionale del Concorso della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (31 agosto - 10 settembre 2016) al regista Sam Mendes, su proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera.
 
 
Nella serata di chiusura al Festival (il prossimo 10 settembre) la Giuria Internazionale presieduta da Mendes e composta da 9 personalità del cinema e della cultura di differenti paesi, avrà il compito di assegnare ai lungometraggi in Concorso, gli 8 premi ufficiali:
 
 − Leone d'Oro per il miglior film
 − Gran Premio della Giuria
 − Premio per la migliore regia
 − Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile
 − Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile
 − Premio per la migliore sceneggiatura
 − Premio Speciale della Giuria
 − Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore/attrice emergente
 
Nato come regista teatrale, il suo debutto al cinema avvenne con American Beauty (1999) che gli procurò un Oscar al Miglior Attore l'anno successivo (oltre a vincere anche come Miglior Film, Miglior Attore a Kevin Spacey, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Fotografia).
Dopo American Beauty ha diretto Era mio padre (2002), con Tom Hanks, Jude Law e Paul Newman, presentato nello stesso anno proprio alla Mostra lagunare, Jarhead (2005), con Jake Gyllenhaal e Jamie Foxx, Revolutionary Road (2008) con il quale ha riunito sullo schermo la coppia Kate Winslet-Leonardo DiCaprio, American Life (2009), con John Krasinski e Maya Rudolph.
Tutto ciò senza dimenticare gli ultimi due capitoli della saga di James Bond: Skyfall (2012) e Spectre (2015).
 
Ma Sam Mendes è anche un apprezzatissimo regista teatrale: fondatore e direttore artistico per una decina d'anni del Donmar Warehouse nel cuore di Londra (e ad oggi uno dei principali teatri londinesi e mondiali), oltre a lavorare in vesti di regia per la Royal Shakespeare Company ed il National Theatre, nel 2009 ha fondato il Bridge Project.
Nella sua carriera teatrale ha vinto tre Oliver Awards, tre Tony Awards, tre Critics'Choice Awards e un Bafta, oltre ad altri numerosi premi.
Oltre che regista è anche produttore sia di film che di serie tv, tra cui Penny Dreadful.
 
Fonte: La Biennale

domenica 27 marzo 2016

Batman vs Superman - Il film d'orchestra della Dc Comics

Quando compaiono sullo schermo, e nelle nostre vite, film come Batman vs Superman, bisogna un attimo dotarsi delle capacità di scissione e, al contempo, di visione d’insieme.
Come il mondo Marvel ci ha insegnato, i film dedicati ai crossover e alla dimensione orchestrale prima o poi devono arrivare e finalmente (o forse no) è giunto il momento per la Dc Comics si passare a questo gradino successivo.
Ma se è pur vero che la Marvel ci ha abituati a un’orchestra che sfrutta ogni tipo di contesto per esprimere al meglio l’entità dei superpoteri, Batman vs Superman non è di questo avviso: il concerto che ne esce è composto solo dagli esiti che tutti gli strumenti e gli assoli previsti nella partitura sprigionano.

In un film come questo, i singoli membri devono essere ben costruiti per far si che la visione d’insieme possa essere adeguata sia alla vicenda che all’aspettativa (che inevitabilmente si crea).
Ma se per Superman le premesse caratteriali e stilistiche erano già state poste con L’Uomo d’Acciaio, l’impossibilità di citare e ripescare pezzi del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan (per ovvi motivi, visto che la sua trilogia è a circuito chiuso) ha reso necessario rigettare quelle basi, già viste più volte, per dare vita ad un uomo-pipistrello più maturo, più impotente, più drammatico e con più rabbia e vendetta che sangue nelle vene.
La ripresa di Man of Steel era comunque obbligatoria per riunire il tutto sotto uno stesso contesto; questa volta, però, lo scontro Clark Kent/generale Zod è posto dal punto di vista delle vittime/dei salvati. Una via che, bene o male, verrà sempre perseguita per tutto il film (perché non dimentichiamoci che i nostri supereroi sotto vittime anche loro).
La carne che Zack Snyder mette al fuoco, è veramente tanta. Due ore e mezza risultano essere forse troppe se si segue la pista dell'irosità di Wayne e delle quasi messa in croce di x-meniana memoria di Superman, ma diventano davvero poche, quasi irrisorie, se si vogliono prendere ad uno ad uno tutti gli ingredienti che sono stati usati per questo minestrone.

Batman vs Superman è quel film che cerca di narrare e di far vedere di tutto un po’, sbagliando la durata di ogni singolo frangente.
Il dramma è cercato ma poco coltivato, la storia d’amore tra Clark e Lois (Amy Adams) viene mollata e ripresa più volte (risultando anche un attimino fastidiosa), Diana Prince (Gal Gadot) è più presentata come una bella figliola che come la Wonder Woman trasformista e dalle mille peculiarità, che compare quasi per caso nelle sue vesti metalliche, e saltella un po’ ovunque (e che manca, quindi, di adeguata introduzione).
Tuttavia gli argomenti che emergono di più dal lavoro di Snyder & staff/cast, sono essenzialmente due: l’importanza dei genitori e di una famiglia che ti sostenga alle spalle e del ruolo sociale, culturale e mistico che dir si voglia, che viene valutato (e rivalutato a seconda dei contesti che si potrebbero creare) in base a quel/quei superuomo/ini che appartengono alle diverse epoche.
E in questo futuro post-apocalittico, le riflessioni vengono poste da due frangenti: il gruppo della società, che di riffa o di raffa si ritrova a seguire i timonieri della stampa e del governo, ed il sempre più ricco e solitario Bruce Wayne.
Le riflessioni sono direttamente provenienti da L’Uomo d’Acciaio e dalla figura pseudo-messianica di Superman, uomo dell’altro mondo che, un po’ involontariamente, si pone come nocchiere di quella nave in tempesta che Dante citava nella sua Divina Commedia.

 Ma questo divin-capitano non sa che non può (e non deve) permettersi di fare errori, pena rivalutazione sociale e culturale di cui sopra.
E allora da semidio si appresta a diventare martire dei suoi affetti più cari, soggetto di un referendum politico, popolare ed individuale che ricorda gli x-men dei primi tempi, ma di forma più mitologica; profanando un po’, ne Il Codice da Vinci si diceva (in ben altro contesto) “Chi è Dio? Chi è uomo? Quanta gente è stata ammazzata per questa domanda?”; ma la domanda che ci si pone è anche se questo nocchiere-salva-equipaggio lo si voglia davvero e se sia così necessario che ci sia.

 E allora lo scontro diventa tra potenza terrena e celeste, tra Gotham e Metropolis, tra superpoteri ed equipaggiamenti, tra vendetta e sofferenza, tra un costume-fortezza, cupo come chi lo indossa e la leggerezza di colui che va incontro al suo destino.
In tutto questo caos che non riesce a dare una caratteristica emozionale e coinvolgente importante, il Superman di Henry Cavill è molto più definito e convincente di quello che era in Man of Steel, mentre Ben Affleck è riuscito a dare al suo volto attoriale (che sta dando una svolta, paradossalmente, sono negli ultimi anni, tra cui il riuscitissimo Gone Girl) quel taglio drammatico e rancoroso che forse nessun Batman prima di lui aveva posseduto (salvo il fatto che il fardello lasciato da Christian Bale è davvero importante).
La mezza punta di merito va a Jesse Eisenberg, nei panni del psicopatico Lex Luthor. La punta è smezzata per il solo fatto che il suo personaggio sia stato scritto proprio maluccio; una sorta di Joker che gioca a poker e cerca di calare i suoi assi più importanti, equivalendosi, da solo, come un semidio pseudo-nerd.
L’esasperazione di Eisenberg è, forse, quasi estrema; ma la sua è una bravura trasformista e, stando un po’ a tutti i fatti, ci si potrebbe pure passare anche sopra.

 La spessa nota di demerito va alla CGI di Doomsday, che pare riciclato da mille altri film (Il Signore degli Anelli e Avengers: Age of Ultron, per citarne un paio) e che sembrano davvero tutti uguali.
Infine ottima e di gran effetto la colonna sonora del sempre eccelso Hans Zimmer.
Tutto sommato un film che tenderà, ovviamente a dividere e contrapporre, ma che pone le basi per quello che sembra un succulento Justice League Parte 1, che dovrebbe uscire a fine 2017.

domenica 13 marzo 2016

La Corte - L'amore mai sopito

Di Matteo Marescalco
 
 
La scorsa mattina, a Roma, Fabrice Luchini ha presentato La corte, film già proiettato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia che, tra l'altro, gli è valso il premio Coppa Volpi come Miglior Attore.

Il prodotto di Christian Vincent (con cui Luchini torna a lavorare 25 anni dopo La timida) dimostra che, nell'epoca dell'ubiquità digitale, è ancora possibile che la regia sia assolutamente asservita alla sceneggiatura ed alla drammaturgia degli eventi.
 
 
La storia è semplice. Ne è protagonista Michel Racine (nomen omen), temuto Presidente di una Corte d'Assise, alle prese con un caso di infanticidio. La naturale freddezza del giudice viene sconvolta dalla presenza, in giuria, dell'unica donna che Racine abbia mai amato, quasi in segreto. Riuscirà questo tiepido raggio di sole a sciogliere il glaciale giudice?
 
Dopo un inizio di conferenza sotto le righe, Fabrice Luchini ha tirato fuori tutto il suo istrionismo, trasformando la sua noia per l'evento in divertimento per i giornalisti presenti in sala, variando da Nanni Moretti, incontrato la sera prima («Veste come un professore degli anni '80»), alla dittatura mediatica berlusconiana, e ancora dalla situazione del cinema francese contemporaneo fino ad ipotetiche lezioni di eloquenza da impartire a Hollande.
L'attore è un fiume in piena e, tornando serio, si sofferma anche sull'umorismo: «Siamo ormai schiacciati ed imprigionati dall'umorismo. Tutti ormai ridono e devono fare ridere. Il vero humor è rottura degli equilibri. Oggi, invece, è istituzionalizzato, controllato. E quando l'umorismo è sotto controllo genera una risata meccanica e triste. L'umorismo è diventata una pratica per piccoli borghesi mediocri e la sua carica trasgressiva non esiste più.».


Luchini indossa una sciarpa rossa, la stessa che porta sempre con sé Racine, il protagonista de La corte, l'unica nota di colore che concede alla propria vita austera, illuminazione cromatica che lascia presagire l'incontro con la donna amata e che getta un velo di speranza sul suo futuro affettivo. Ma, più che un giudice, Racine è un attore e l'aula giudiziaria è il suo palcoscenico.
A tal proposito, ha detto il regista: «Ho scoperto che la corte è un po' come un teatro, con il pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C'è un ordine prestabilito. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito.».
 
Colpisce del film l'attenzione riservata alla trattazione dei dettagli e degli sguardi magnetici dei personaggi che svelano rapporti inaspettati. «Angoscia umana, poetici voli della fantasia, lunghi momenti di noia, fugaci momenti di familiarità, rivali in campo ai ferri corti, bugie, verità che si contraddicono l'un l'altra e tante domande che rimangono senza risposta». Dopo la presentazione della situazione e la successiva costruzione della tensione, si raggiunge il vertice della tensione e l'inaspettato coup de theatre, tanto amato da Racine. La situazione è capovolta, prestandosi a differenti chiavi di lettura. E la macchina da presa provvede ad intrecciare detection e sottotrama sentimentale, trasformando il processo in una sorta di (auto-) analisi del personaggio principale e del meccanismo filmico, che mette in scena se stesso.
Oltre ad essere un attore, il primattore, Racine è anche il direttore d'orchestra, il metteur en scene. Che ha, tuttavia, perso le coordinate della propria esistenza sentimentale.
 

«How's it going to end?» recitava la spilletta indossata dall'unica donna che il protagonista di The Truman Show avesse mai amato. Come andrà a finire il processo? Verrà individuato il vero colpevole? «Non importa che la verità venga raggiunta o meno. Ciò che conta è far si che la giustizia venga applicata» precisa un fin troppo freddo e pragmatico Racine. Il giudice rivedrà le sue affermazioni?Al di là di un racconto magistralmente portato in scena dagli interpreti, oltre le parole su cui è innestato il cinema classico, risiede l'immagine, un delicato movimento di macchina che svela un'emozione. Uno sguardo puro e cristallino.

lunedì 29 febbraio 2016

Oscar 2016 - Tutti i vincitori dell'88° edizione!

 
Vittorie con il botto agli Oscar 2016!
In questa 88° edizione degli Academy Awards, presentata dopo undici anni, ancora da Chris Rock, le conferme e le sorprese sono state tante.
In un edizione verbalmente prolissa dove non si è fatto altro che parlare della presunta idea di razzismo dell'Academy, accentuata fino all'esasperazione, dove non c'è stato spazio per performance o tributi, dove le esibizioni dei cantanti in lista per la miglior canzone sono state troncate, facendo rimpiangere la presentazione di Neil Patrick Harris dello scorso anno, e trattando la cerimonia come se fosse un concorso di premiazione della miglior mortadella (con tutto il rispetto per il salume), alla fine quasi tutti sono stati accontentati.
Mad Max: Fury Road del settantenne George Miller domina con ben 6 vittorie (solo in ambito tecnico), The Revenant - Redivivo porta a casa 3 statuette (Miglior Film, Miglior Regia e soprattutto Miglior Attore a Leonardo DiCaprio) mentre Spotlight arriva a quota due, aggiudicandosi la Miglior Sceneggiatura Originale e il Miglior Film.
Fatti da sottolineare? Bè Inarritu vince per il secondo anno di seguito il premio per il Miglior Film, e quindi per il terzo anno consecutivo vince un messicano in questa categoria.
Sempre per il terzo anno di seguito vince come Miglior Film una pellicola presentata in anteprima mondiale al Festival di Venezia.
Tornando a noi, vince come Miglior Attrice Protagonista la bravissima e meritevole Brie Larson (Room); gli stessi aggettivi sono validi per la vittoria della svedese Alicia Vikander, come Miglior Attrice non Protagonista, per The Danish Girl (anch'esso presentato in anteprima mondiale a Venezia). Come Miglior Attore non Protagonista vince invece Mark Rylance (Il Ponte delle Spie) a discapito del favoritissimo Stallone.
Vince Sam Smith come Miglior Canzone per Spectre (a discapito di una coinvolgente Lady Gaga) ma soprattutto vince il nostro Ennio Morricone (The Hateful Eight), che accompagnato dal figlio, dedica il premio alla sua musa, la cara moglie (con lo strano ma piacevole effetto di sentire dei ringraziamenti in italiano, portandoci indietro nel tempo, e facendoci commuovere come dei piccini).
All'età di 87 anni Morricone, emozionato come un fanciullo, vince quel premio che avrebbe dovuto avere in mano, magari in forma duplice, da svariati anni se non decadi; ma se Tarantino non gli avesse spolpato l'anima forse non saremmo qui a parlarne.
Il nostro paese ha avuto riconferma di come siamo provvisti di orgogli e talenti che devono essere allevati al meglio, avendo la massima cura per le conferme di orgoglio e bravura come del maestro Ennio, da quali trarre insegnamento.
Ma il mondo non sarà più lo stesso: ora che DiCaprio ha vinto il suo strameritato Oscar, che ne sarà di noi? Di che parleremo? Per grazia ricevuta o meno, internet non sarà più lo stesso da ora in poi.
 


Tutte le vittorie le potete trovare nel sottostante elenco.


Miglior Film

The Revenant – Redivivo - Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent and Keith Redmon, Producers
The Martian - Simon Kinberg, Ridley Scott, Michael Schaefer and Mark Huffam, Producers
Room - Ed Guiney, Producer
La grande scommessa - Brad Pitt, Dede Gardner and Jeremy Kleiner, Producers
Brooklyn - Finola Dwyer and Amanda Posey, Producers
Mad Max: Fury Road - Doug Mitchell and George Miller, Producers
Il caso Spotlight - Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin and Blye Pagon Faust, Producers
Il ponte delle Spie - Steven Spielberg, Marc Platt and Kristie Macosko Krieger, Producers


Miglior Regista

Alejandro Gonzales Inarritu – The Revenant
Adam McKay – La Grande Scommessa
George Miller – Mad Max: Fury Road
Lenny Abramson – Room
Tom McCarthy – Il caso Spotlight


Miglior Attore Protagonista

Leonardo DiCaprio – The Revenant
Bryan Cranston - Trumbo
Matt Damon – The Martian
Eddie Redmayne – The Danish Girl
Michael Fassbender – Steve Jobs


Miglior Attrice Protagonista

Brie Larson - Room
Saoirse Ronan - Brooklyn
Cate Blanchett - Carol
Charlotte Rampling - 45 Anni
Jennifer Lawrence - Joy


Miglior Attore non Protagonista

Christian Bale - La grande scommessa
Tom Hardy – The Revenant
Mark Rylance - Il ponte delle spie
Mark Ruffalo - Spotlight
Sylvester Stallone – Creed


Miglior Attrice non Protagonista

Kate Winslet – Steve Jobs
Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
Rooney Mara - Carol
Alicia Vikander – The Danish Girl
Rachel McAdams – Il caso Spotlight


Miglior Film di Animazione

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson e Rosa Tran
Inside Out - Pete Docter e Jonas Rivera
Shaun, Vita da Pecora: il film - Mark Burton e Richard Starzak
Boy and the World - Alê Abreu
Quando c’era Marnie - Hiromasa Yonebayashi e Yoshiaki Nishimura


Miglior Film Straniero

El abrazo del serpiente (Colombia)
Mustang (Francia)
Il figlio di Saul (Ungheria)
Theeh (Giordania)
A War (Danimarca)


Miglior Fotografia

Emmanuel Lubezki – The Revenant
Ed Lachman – Carol
Robert Richardson – The Hateful Eight
John Seale - Mad Max: Fury Road
Roger Deakins - Sicario


Miglior Sceneggiatura Originale

Il ponte delle spie - Matt Charman e Ethan Coen & Joel Coen
Ex Machina - Alex Garland
Inside Out - Pete Docter, Meg LeFauve, Josh Cooley; storia originale di Pete Docter, Ronnie del Carmen
Spotlight - Josh Singer & Tom McCarthy
Straight Outta Compton - Jonathan Herman and Andrea Berloff; Story by S. Leigh Savidge & Alan Wenkus e Andrea Berloff


Miglior Sceneggiatura non Originale

La grande scommessa - Charles Randolph e Adam McKay
Brooklyn - Nick Hornby
Carol - Phyllis Nagy
The Martian - Drew Goddard
Room - Emma Donoghue


Miglior Colonna Sonora

Thomas Newman – Il ponte delle Spie
Jóhann Jóhannsson - Sicario
Carter Burwell – Carol
Ennio Morricone – The Hateful Eight
John Williams – Star Wars: il risveglio della forza


Miglior Sonoro

Andy Nelson, Gary Rydstrom e Drew Kunin - Il ponte delle spie
Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road
Paul Massey, Mark Taylor e Mac Ruth - The Martian
Jon Taylor, Frank A. Montaño, Randy Thom e Chris Duesterdiek - The Revenant
Andy Nelson, Christopher Scarabosio e Stuart Wilson - Star Wars: il Risveglio della Forza


Miglior Montaggio Sonoro

Mark Mangini e David White - Mad Max: Fury Road
Oliver Tarney - Sopravvissuto - The Martian
 Martin Hernandez e Lon Bender - The Revenant
Alan Robert Murray - Sicario
Matthew Wood e David Acord - Star Wars: il risveglio della Forza

Miglior Canzone Originale

"Earned It" - 50 Sfumature di Grigio – Testo e musica di Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio
"Manta Ray" - Racing Extinction – musica di J. Ralph, testo di Antony Hegarty
"Simple Song #3" - Youth – Musica e testo di David Lang
"Til It Happens To You" - The Hunting Ground – Musica e testo di Diane Warren e Lady Gaga
"Writing's On the Wall" - Spectre – Musica e testo di Jimmy Napes e Sam Smith


Miglior Scenografia

Adam Stockhausen, Rena DeAngelo e Bernhard Henrich - Il ponte delle spie
Eve Stewart e Michael Standish- The Danish Girl
Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road
Arthur Max e Celia Bobak - Sopravvissuto - The Martian
Jack Fisk e Hamish Purdy - The Revenant


Miglior Costume

Sandy Powell - Cenerentola
Paco Delgado - The Danish Girl
Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
Jacqueline West - The Revenant
Sandy Powell - Carol


Miglior Trucco ed Acconciature

Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
Love Larson eEva von Bahr - The 100-Year-Old Man Who Climbed out the Window and Disappeared
Siân Grigg, Duncan Jarman e Robert Pandini - The Revenant


Miglior Montaggio

Hank Corwin - La grande scommessa
Margaret Sixel - Mad Max Fury Road
Stephen Mirrione - The Revenant
Tom McArdle - Spotlight
Maryann Brandon e Mary Jo Markey - Star Wars: il risveglio della Forza


Migliori Effetti Speciali

Andrew Whitehurst, Paul Norris, Mark Ardington e Sara Bennett - Ex Machina
Andrew Jackson, Tom Wood, Dan Oliver e Andy Williams - Mad Max: Fury Road
Rich McBride, Matthew Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer - The Revenant
Richard Stammers, Anders Langlands, Chris Lawrence e Steven Warner - The Martian
Roger Guyett, Patrick Tubach, Neal Scanlan e Chris Corbould - Star Wars: Il Risveglio della Forza


Miglior Documentario

Amy - Asif Kapadia e James Gay-Rees
Cartel Land - Matthew Heineman e Tom Yellin
What Happened, Miss Simone? - Liz Garbus, Amy Hobby e Justin Wilkes
The look of Silence - Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom - Evgeny Afineevsky e Den Tolmor


Miglior Cortometraggio Documentario

A girl in the river: The price of forgiveness - Sharmeen Obaid-Chinoy
Bosy Team 12 - David Darg e Bryn Mooser
Chau, beyond the lines - Courtney Marsh e Jerry Franck
Claude Lanzmann: spectres of the shoah - Adam Benzine
Last day of freedom - Dee Hibbert-Jones e Nomi Talisman


Miglior Cortometraggio

Ave Maria -Basil Khalil and Eric Dupont
Day One - Henry Hughes
Everything Will Be Okay (Alles Wird Gut) - Patrick Vollrath
Shok - Jamie Donoughue
Stutterer - Benjamin Cleary and Serena Armitage


Miglior Cortometraggio di Animazione

Bear Story - Gabriel Osorio and Pato Escala
Prologue - Richard Williams and Imogen Sutton
Sanjay's Super Team - Sanjay Patel and Nicole Grindle
We Can't Live without Cosmos - Konstantin Bronzit
World of Tomorrow - Don Hertzfeldt 

sabato 27 febbraio 2016

Academy Awards: nascita, vita e votazioni dei Premi Oscar

Manca davvero poco alla cerimonia degli Oscar e il mondo si sta scatenando tra pronostici e preferenze di vittoria.
Ma come sono nati gli Oscar e come vengono conferiti?

 


Partiamo dal principio.


Pare che durante una cena a casa propria, il capo della MGM Louis B. Mayer ed i suoi ospiti discutevano riguardo alla creazione di un’organizzazione a beneficio dell’industria cinematografica.
Una settimana dopo, trentasei invitati da tutte le sezioni creative dell’industria cinematografica si recarono al Los Angeles’s Ambassador Hotel per ascoltare il proposto di fondare la International Academy of Motion Pictures Arts and Sciences. I punti della corporazione vennero presentati e venne eletto Douglas Fairbanks come presidente.
La prima cerimonia fu il 16 maggio 1929 al Roosevelt Hotel’s Blossom Room con 270 partecipanti, anche se vincitori erano stati annunciati tre mesi prima. L’anno successivo mantenne i vincitori segreti, riservandosi solo di dare la lista dei vincitori ai giornali per dare la pubblicazione alle 11 di sera.
Dopo il secondo anno, l’entusiasmo per i premi era tale che la stazione radio di Los Angeles produsse la diretta.
Mano a mano che la cerimonia degli Oscar ed i suoi premi acquisivano maggior prestigio e valore, vennero introdotte gradualmente le varie sezioni, esistenti tutt'oggi e che tutti conosciamo.
Ad esempio Miglior Colonna Sonora e Canzone vennero istituite come categorie nel 1935, mentre l'anno successivo vennero introdotte quelle per il Miglior Attore/Attrice non Protagonista.
Nel 1938 venne presentato per la prima vota l’Irving G. Thalberg Memorial Award e nel 1939 venne introdotta la categoria per i Miglior Effetti Speciali (scissi in due sezioni, visivi e sonori nel 1964).
La categoria del Miglior Documentario venne istituita nel 1941 mentre nel 1947 venne conferito il primo premio al Miglior Film Straniero a Sciuscià di Vittorio De Sica; essa divenne categoria riconosciuta solo 9 anni più tardi.
Nel 1957 venne istituito il premio Jean Hersholt Humanitarian Award.
Nel 1969 la cerimonia degli Oscar venne trasmessa per la prima volta a livello internazionale.
Solo nel 2002 venne istituita la categoria per il Miglior Film di Animazione, mentre nel 2010 la categoria del Miglior Film venne ampliata da cinque fino ad un massimo di 10 titoli.

 


Ma come nacque il nome Oscar?


 Il nome Oscar in realtà è solo un nomignolo dall’origine un po’ incerta: pare che un’impiegata, tale Margaret Herrick, dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, vedendo la statuetta sopra un tavolo, le parve che assomigliasse a suo zio Oscar; tuttavia il premio è intitolato come Academy Award of Merit.
La statuetta in questione, alta circa 34 cm e placcata d’oro del valore commerciale di poco meno di 300 dollari, rappresenta un cavaliere nudo che immerge la sua spada da crociato nella bobina della pellicola di un film, con cinque fessure che dovevano rappresentare i cinque rami originali dell’Academy, ovvero produttori, registi, attori, scrittori e tecnici.
 


Nomination e votazioni


Ogni ramo dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences vota per la propria disciplina e chi fa parte dei votanti ottiene la carica mediante precedenti nomination agli Oscar, raccomandazione di due membri del settore oppure su invito perché si è dato un gran contributo al settore filmico con film di grande successo commerciale o di critica (ad oggi sono più di 6.000).
Il film che vuole concorrere ai Premi Oscar deve avere una durata minima di 40 minuti (tranne, ovviamente, i film che concorrono per le sezioni dei cortometraggi) e deve essere uscito nelle sale (americane, almeno) nel corso dell’anno solare appena concluso.
Se un film soddisfa tutti i criteri che sono necessari, produttori e distributori del film stesso presentano domanda di ammissione alle categorie varie per cui si voglia che il film possa concorrere.
Verso la fine di dicembre di ogni anno, la Reminder List (la lista dei film ammessi per essere votati) è inviata a tutti i votanti, per effettuare una prima selezione e quindi le nomination. Ogni votante vota solo per la sua categoria nella quale è iscritto.
Generalmente ogni iscritto può scegliere la sua cinquina della sua categoria, dando un ordine di preferenza. Il voto deve essere inviato (oggi telematicamente, un tempo si spedivano le schede di valutazione) all’Academy stessa e il sistema è supervisionato dalla Pricewaterhouse (Pwc), multinazionale specializzata in contabilità.

A conclusione della prima tranche di votazioni, vengono decretate quelle che saranno le nomination che vengono annunciate ogni verso la metà di gennaio solitamente con una conferenza stampa, mentre dal 2017 tramite video pre-registrati.
Con le nomination in mano, i votanti dovranno votare ancora per dare la propria preferenza di vittoria.
Nel caso della scelta per la categoria del Miglior Film tutti sono adibiti a votare, mentre per il Miglior Film Straniero, documentario e di animazione, i candidati sono selezionati da comitati ad hoc composti da membri provenienti da tutti i rami della produzione cinematografica.
Il sistema di votazione è quello maggioritario, ovvero la vittoria arriva con il 50% + 1, mentre per il Miglior Film si utilizza quello preferenziale o alternativo; esso è un po’ più articolato e oltre a complicare la vita a chi deve capire, paradossalmente favorisce i candidati che fanno parte della seconda/terza posizione che viene decretata a preferenza da chi vota (il Los Angeles Times ha cercato di dare una mano visiva per poter capire al meglio).
 


Ogni membro votante deve dare un ordine alle proprie preferenze, andando dal film più sgradito al più gradito e se alla fine, dopo aver contato i voti, non si ha un candidato con il 50% + 1 dei voti, si parte al riconteggio di tutti i voti ponendo una classifica che va dall’ultimo al primo (o viceversa che dir si voglia) stabilendo il candidato con il minore numero di voti. I voti di questo candidato, l’ultimo in classifica, vengono addizionati al candidato che si trova nella seconda posizione della lista. Se si arriva al 50% + 1 si ha un vincitore, altrimenti si fa una terza manche di votazioni, dove i voti del penultimo della lista vengono accorpati al terzo candidato più scelto. E via dicendo finché non si ha in mano un vincitore.

Il linea teoria questo tipo di votazione darebbe concretezza del consenso popolare (dei votanti), che metterebbe tutti d’accordo.
Tuttavia ci si chiede se il complicarsi la vita sia frutto di poter manovrare meglio la votazione sotto mentite spoglie o se sia davvero (ma lo sarà davvero?) un sistema più equo di premiazione?
 

domenica 14 febbraio 2016

The End of the Tour - Cinque giorni di appaganti dialoghi

Due menti che si confrontano, dialogano e si scontrano e una cassetta pronta a registrare il tutto ed a diventare testimone di pensieri e grandi riflessioni.
Questa potrebbe essere una piccola constatazione di quanto grande sia The End of the Tour (presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma), un film di James Ponsoldt (The Spectacular Now), che racconta i cinque giorni di convivenza, nel 1996, tra il giornalista del magazine Rolling Stone, David Lipski ed uno dei maggiori scrittori contemporanei, David Foster Wallace, durante la fine del tour promozionale del romanzo più fortunato di Wallace: Infinite Jest.
The End of the Tour è road movie malinconico che, basandosi sul libro di Lipsky Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (2010), pubblicato due anni dopo il suicidio di Wallace, non prende in esame tanto la persona in sé (tralasciando la forma del biopic), ma cerca di mettere in scena le riflessioni di due scrittori di diverso genere, scambi di idee, scontri e confronti, d due esistenze vissute nella loro relativa solitudine.
Cinque giorni di intervista sono bastati per creare un forte legame mentale tra i due protagonisti che cercano di mettersi a nudo e di confrontare le proprie riflessioni ed i propri intimi pensieri su differenti tematiche; in neanche una settimana, la loro convivenza consente ad entrambi di sviluppare il proprio pensiero come si faceva fino a non molti anni fa con il rullino fotografico, di dare spazio alla sincerità, di quanto sia normale il fatto che tutti siamo uguali e ognuno ha sempre una peculiarità in più che, in maniera del tutto naturale, si ammira e s'invidia.
Le particolarità del film sono Donald Margulies (sceneggiatore) e James Ponsoldt (regista) che hanno messo in atto una pellicola basata sul libro sopracitato che a sua volta si basa sulla famosa intervista che Lipski fece nel 1996 e non pubblicò mai, aggiungendo la bravura di non dare troppo guinzaglio a dialoghi, equiparando la propria potenza di profusione alle interpretazioni; eccellenti le interpretazioni di Jesse Eisenberg (Lipski) che torna ai livelli di The Social Network e soprattutto quella del talentuoso Jason Segel (David Foster Wallace), il quale lo si vede per la prima volta in un ruolo al di là del genere comedy.
Restando in termini letterali, forse i pensieri di Wallace possono essere un adeguamento contemporaneo a quelli di Pirandello (che fa esprimere a Vitangelo Moscarda); ci si sente liberi nel mondo e con se stessi nel momento in cui si esce dalla trappola di essere schiavi di altro e di altri.